settembre 15, 2016

La vita, è reale solo quando condivisa? Il sistema complesso delle cose ai tempi dei social network.

samsung_hmx_w200rn_xaa_hmx_w200_waterproof_hd_camcorder_766564Qualcosa accade. Un tramonto, un treno che passa, un uomo che suona una cornamusa.

La videocamera di uno smartphone la congela, la accantona in una memoria sintetica, a futura visione. Ciò che prima era una fine, ora è un nuovo punto zero, un costante presente. Un riverbero tecnologico assordante ne replica in numero infinito l’istante germinale.

Il passato non esiste più, il presente non si può cancellare. E’ indelebile.

Due ragazze assistono allo stupro di una loro amica nei bagni di una discoteca. Non fanno niente per evitare quello stupro, ma pur essendo, a loro detta, ubriache, utilizzano l’ultimo barlume di lucidità per filmare il tutto con uno smartphone, e per condividere il video su whatsapp.

Rispetto alla realtà si sta imponendo un nuovo istinto primario, quello di catturarla. Come se quella realtà, non stesse accadendo per davvero, non fosse ancora vera. Come se avesse bisogno del passaggio nel tritacarne della considerazione digitale, per essere tale.

Quel passaggio battesimale ne certifica in qualche modo la realtà. Senza quel passaggio non è stato niente, solo una vaga realtà senza sussistenza. Per noi e per gli altri. Quell’evento, accaduto sotto ai loro occhi, deve essere stato indecifrabile, quasi un’esplosione nel vuoto.

Se viceversa le due ragazze avessero visto il video di quello stupro in rete, allora si, che avrebbero avuto una reazione di sdegno. Quell’evento sarebbe sembrato legittimato e reale, in tutta la sua tragica gravità.

Un ragazzo, per tutto un concerto tiene il cellulare puntato verso il palco. Non salta, non poga, non balla, non canta, non applaude (non può perché ha una mano impegnata). Non guarda il palco perché deve tenere d’occhio l’inquadratura.

Non deve stupire che questo ragazzo stia assistendo con distacco al concerto. Se egli tende a non avere alcun interesse per quello che accade davanti a lui è perché non percepisce il fatto che la realtà stia accadendo in quell’istante. La realtà accadrà solo nel momento in cui sarà terminato l’upload del video in rete.

Come dire che la realtà non è abbastanza intensa perché raggiunga le mie emozioni.

Solo il livello condiviso dei tag, fall out di quella realtà catturata, disarticolata, edulcorata.

Non più la sua matrice originale.

giugno 23, 2016

Italie-Irlande : à la tienne, Roddy Doyle !

 

Stadio di Lille, 23/06/2016 – Italy Vs. Ireland.

E’ che l’Italia non ci è abituata a certe situazioni, dai diciamocelo chiaro fin da subito. Presentarsi all’ultima partita con la qualificazione già in tasca, da primi del girone. Ma quando mai si è visto. Noi italiani ci troviamo a disagio nel ruolo di secchioni, primi della classe. Senza nemmeno un complotto dei poteri forti, solo una passeggiata di salute e quella triste, teutonica classifica a punteggio pieno.

Parte l’inno italiano. I tifosi irlandesi si alzano in piedi e iniziano a cantare, inventandosi le parole come facciamo noi con le canzoni degli U2 o dei Cranberries. E’ un momento molto bello, un gesto privo di retorica che subito, noi italici, fatichiamo a decodificare, ci spiazza. Ma perché cristo perché?

L’Europeo potrebbe finire qui, non c’è nulla da aggiungere. In certi momenti pare che alcuni tifosi della marea verde azzecchino più parole giuste del nostro capitano Bonucci.

Signore e signori, inizia Italia-Irlanda, il derby di Ellis Island, New York.

Per la prima mezz’ora, Antonio Conte ripete instancabilmente uno-due, uno-due, mimando con le mani un macellaio che taglia una bistecca, o uno alle prime armi che fa massaggi shatzu. I nostri giocatori non lo capiscono. Barzagli e De Sciglio si guardano cercando conforto uno nello sguardo dell’altro. Intanto gli irlandesi si vede che hanno più motivazioni di vincerla sta partita. A noi italiani non va giù sta smania di finire a punteggio pieno il girone. E cos’è? Cosa ci si guadagna? Vada per la fatica di capire le regole della classifica avulsa, ma a capire sta cosa del prestigio proprio non ci arriveremo mai.

Gli irlandesi corrono e picchiano. Alcuni, a dire il vero pare abbiano delle caldaiette al posto dei piedi, fanno dei controlli del pallone da brivido. Però il calcio dice che a volte le motivazioni valgono più delle qualità tecniche in campo. Ed è per questo che noi italiani non si tocca palla.

Gli spalti sono pienissimi.La marea azzurra, tanto invocata dalla Federazione Italiana Giuoco del Calcio non c’è stata. Qualche macchia azzurrina, celeste, ciano, bluette, sparsa qua e là e niente di più. Forse siamo poco più su dei numeri della statistica. Forse quelli con la maglia azzurra sono dei ciprioti che casualmente indossano una maglia azzurra.

Quando i nostri tifosi sono stati raggiunti dall’appello erano ormai partiti da casa. Erano già in roaming internazionale. Addosso, e nel bagaglio a mano, avevano solo polo Lacoste o Ralph Laureen dalla tinta tenue, tipo pesca, ciclamino o giallo senape.

Tra gli spettatori passano degli addetti dello stadio, selezionano quelli vestiti di azzurro, li raggruppano sulle gradinate e li fanno passare al maxischermo per par condicio cromatica. Qui a Euro 2016 la parola d’ordine è pari opportunità. Ho visto con i miei occhi uno che si ritrovava sul maxi schermo con la maglia di Schillaci che si copriva il volto. – Figura di merda – diceva il suo labiale, mentre si teneva la testa tra le mani.

Inizia il secondo tempo e la musica non cambia. Irlandesi assatanati, italiani timidi.

Vista la schiacciante predominanza del verde irlandese sugli spalti, gli addetti della Federazione passano distribuendo magliette azzurre, costringono i tifosi ad indossarle, anche quelli che protestano perché sono di tessuti acrilici e fanno le scintille. Altri perché gli si spiegazzano tutte le polo.

Antonio Conte, promotore dell’iniziativa “operazione #marea azzurra”, fa chiedere alla regia di Sky se si possono anche solo ritoccare le immagini televisive con dei filtri tipo Paintbrush e fornire al paese a casa tutta un’altra immagine di compattezza.

Mi viene in mente tutta una bella cosa da scrivere sulle affinità e sulle diversità tra italiani e irlandesi per commentare uno zero a zero finale, ma ad un certo punto, a qualche minuto dalla fine l’Irlanda segna, e lo stadio esplode. A vedere tutti i suoi tifosi in lacrime per la gioia mi prende un groppo in gola.

L’Irlanda passa il turno grazie ad una serata eroica, indimenticabile.

Noi si passa primi di girone non per merito, ma per una tanto pusillanime quanto confortante differenza reti.

Tutto torna.

Mi apro una birra.

Alla salute, Roddy Doyle!

Massimo Miro

maggio 10, 2016

Borgo Stura in scena

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A quattro (4!) anni di distanza dall’uscita del romanzo, Borgo Stura è ancora viva grazie alla compagnia Artemuda e al talento dei suoi attori.

Sabato 14 maggio 2016, ore 21 – TORINO – Spazio ArTeMuDa
Via Drusacco 6
Ingresso libero con tessera ARCI

Lettura teatralizzata tratta dal romanzo “La faglia” di Massimo Miro (ed. Il Maestrale)
Con: Igor Casella, Fabio Liberatore, Roberto Micali, Renato Sibille, Patrizia Spadaro.

Evento organizzato in collaborazione con l’Associazione di Volontariato Aporti Aperte e l’Agenzia Formativa Forcoop. La serata sarà dedicata alla raccolta di fondi destinati al Fondo di Solidarietà dedicato ai ragazzi ospiti dell’Istituto Penitenziario Minorile Ferrante Aporti. Oltre alla lettura di alcuni estratti dal libro di Massimo Miro saranno esposte al pubblico fotografie e opere in ceramica realizzate nei laboratori dei Corsi Professionali gestiti dall’Ati Forcoop Agenzia Formativa, Fondazione Casa di Carità, Arti e Mestireri Onlus e E.N.Gi.M. Piemonte, presso l’IPM Ferrante Aporti.

L’evento è inserito nel ciclo di eventi Geografie della scena.

L’Associazione ArTeMuDa aderisce alla campagna “Illuminiamo il futuro” organizzata da Save the Cihildren, realizzando il reading de “La faglia” durante la settimana di mobilitazione “7 Giorni per il Futuro”.

 

http://www.artemuda.it/

 

novembre 27, 2015

Show all this to the world – appunti di visione

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Giugno 2015. Frontiera tra Italia e Francia. Un gruppo di migranti africani, respinto al confine con la Francia, occupa gli scogli sul mare e chiede a gran voce la possibilità di proseguire il proprio viaggio verso i Paesi del Nord, diventando in poche ore il caso simbolo dell’emergenza profughi in Europa.

Inizia così, con la sinossi presa dal programma del 33mo Torino Film Festival il giorno di Andrea Deaglio alla frontiera di Ventimiglia. Non annoierò prima me stesso e poi voi, cercando la collocazione corretta di Show all this to the world tra reportage, documentario, inchiesta, film documentario e via dicendo.

This are true stories, dice la pagina web di MUFILM, e anche questa ultima produzione, come le precedenti, lo fa capire dalle prime sequenze.

Lungomare di Ventimiglia all’alba. Centinaia di migranti dormono sugli scogli. Attorno a loro, agili, scattanti, silenziosi, decine di foto reporter rubano immagini ai loro corpi immobili, insistono su piccoli poveri particolari. Piedi che escono da coperte improvvisate, scarpe capovolte, resti di un pasto su un piatto di plastica. Cercano inquadrature ad effetto in equilibri precari tra uno scoglio e l’altro, si incrociano tra di loro.

Questa prima deprimente sequenza ci impone la prima riflessione. Qual’è il confine tra testimonianza e intimità? Può uno stato di cronaca sospendere il diritto alla dignità? In quei minuti di sequenza muta, scandita solo dal rumore delle onde che si infrangono sugli scogli e di quello degli otturatori delle reflex, non sembra esserci dubbio. No. Ma poco dopo, quando un ragazzo, trascinato a forza dalla polizia, cerca l’inquadratura, e urla al cineoperatore “Show all this to the world!”, tutto cambia, il parallelepipedo ruota, come un gioco di posizioni.

La macchina fotografica diventa elemento di garanzia, un dispositivo di protezione, tanto da farci chiedere, da qual momento in poi, se siamo certi di assistere alla rappresentazione della realtà. Quella realtà sarebbe stata tale anche senza la presenza di tutti quei giornalisti? Può lo strumento deputato a rappresentare la realtà, determinarla?

Ciò che mostra Show all this to the world, al di là della sua carica emotiva, è un retrosguardo, impietoso, sui mediatori della verità, sui mass media. Quello che vediamo, che leggiamo, quello che sappiamo, è quasi sempre un compromesso al ribasso. Il modello narrativo di questo film, senza commenti, senza didascalie, è invece il più efficace possibile. E’ come cogliere una mela dall’albero invece che comprarla liofilizzata al Carrefour.

Ho visto, come tutti voi, quest’estate, decine e decine di servizi dal confine di Ventimiglia, ne ho letto le cronache sui giornali, sui siti indipendenti. Ma niente è stato tanto efficace quanto i cinquanta minuti di questo film. La verità non è mai davanti a noi. E’ sempre dentro l’immagine che vediamo. Avere gli strumenti culturali per saperla decodificare fa la differenza tra vivere in un mondo libero o altrove.

L’unica verità possibile è negli sguardi smarriti di quei popoli di passaggio, come diceva Luca Rastello, con il confine addosso. Negli esercizi quasi pugilistici del giornalista davanti alla telecamera, qualche secondo prima della diretta di un programma di intrattenimento generalista. Nel battibecco tra un poliziotto e un reporter, che si intralciano a vicenda, ed entrambi rivendicano di essere sul posto di lavoro. Nel sottofondo di un giocattolo con il suono della tromba, suonato da un bambino con un sorriso orgoglioso, nonostante tutto.

E’ nei cori instancabili, che fanno da sottofondo costante alla narrazione senza colonna sonora, senza voce fuori campo.

Fateci passare. Non torneremo indietro.

L’oscurità avvolge gli scogli e le sagome dei migranti vengono inghiottite dalla notte. Sullo sfondo, le luci della costa francese, solo un altra tappa del viaggio.

In mezzo, un confine, tracciato a volte a matita a volte a penna.

 

M.M.

TFF33 – Cinema Massimo 2  – 27/11/2015

Un film di Andrea Deaglio | montaggio di Enrico Giovannone | post-produzione audio di Niccolò Bosio

http://www.torinofilmfest.org/film/25179/show-all-this-to-the-world.html

http://www.mufilm.it/show/

 

agosto 6, 2015

Colazione su marte – Provini notturni 23/7/2015

NASTRI

Clicca sull’immagine per ascoltare i nastri in audio streaming

Colazione su marte è la mia vecchia scatola di biscotti.

Tonda, con il coperchio sformato dalle nostre dita impazienti e maldestre al mattino. Dentro ci ho messo le fotografie che in questi ultimi mesi ho scattato a vite, cose, luoghi. Sono fotogrammi scelti tra milioni che ho visto, vissuto e che ho visto vivere. Almeno, per quanto ho creduto. Mi è sempre sembrata l’unica verità possibile. Attimi che ho ritenuto di straordinaria bellezza, ma anche attimi di intima e seriale quotidianità.

Forse è vero, tutto ciò (scrivere, comporre, disegnare ecc..)  risponde alla necessità di consolare lo stupido terrore di dimenticare, o forse di dire in un altro modo quello che si potrebbe dire con una torta alle spezie o con un passo di danza sospeso nel vuoto.

Ma c’è sempre la ricerca di quel punto di equilibrio che ti sgrava di ogni peso. L’attimo magico in cui perdi quasi coscienza, o forse la acquisisci totalmente. Come avere il conforto di tutte le risposte che cercavi. O forse ritrovarsi senza, quelle domande, senza l’assillo della risposta.

E’ l’amore, il filo rosso che unisce gli otto fotogrammi. Scatti rubati in metrò, alle stazioni, sui treni, negli ipermercati, ai semafori.

Quelli ostinati, controdestino, da decidersi in un’ultima gara in giappone sotto al diluvio come ai mondiali di formula uno.

Quelli andati a male, per colpa di una cieca e furiosa lotta ai conservanti.

Quelli tramontati nella monocromia rossa del fuoco e della lontananza eterna dei pianeti con le loro spaventose forze in gioco.

Quelli segreti, scritti in biglietti piegati a metà.

Quelli che si dimostrano in un silenzio davanti al mare, senza chiedersi nulla, solo a guardare navi lontane e direzioni che portano via.

Quelli promessi per l’eternità, ma che poi finiscono e rimangono destinati ad essere ricordati nelle canzoni.

Quelli delle metà e degli interi. Dell’incanto della vicinanza.

Quelli di un tulipano tenuto in tasca, in attesa di un incontro.

Ma non c’è spazio per i rimpianti o per le illusioni.

I tulipani sono fiori di una bellezza struggente e fragile, che possono vivere solo in un tempo.

Il presente.

Riprese effettuate la notte del 23 luglio 2015 allo Spazio 211, Torino.

Disponibili in audio streaming su Soundcloud.

https://soundcloud.com/colazionesumarte/sets/nastri-rigorosamente-notturni/s-kwcXv

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Pianoforte: Massimo Miro

Voce: Sined

Chitarre in Colazione su marte: Rick Spence, Kevin Lodgers.

Testi e musica: Massimo Miro  – Happy Intentions Songs 2015 – All rights reserved

maggio 11, 2015

Di S orD er – prodromi di scrittura

beatiful minds

Non è stato facile concepire un altro mondo dopo Borgo Stura. Tutto mi riportava lì, come se l’immaginario seguisse solchi profondi, tanto è ancora vibrante e forte, sollecitato e autonomo, il riverbero di quella storia fuori dalle pagine. Sono stati tre anni di letture e riflessioni. Soprattutto riflessioni intorno al ruolo del romanzo nella letteratura contemporanea, e più in generale nella contemporaneità. A chi importano ancora le storie? O meglio: a chi importa leggerle se io le scrivo?

Se è vero che l’artista affida al gesto creativo la sua intima visione del mondo, è vero, che egli dipinge sempre lo stesso quadro, compone sempre la stessa canzone, scrive sempre la stessa storia.

Se questo è vero allora tutto è replica, serigrafia, ostinata perlustrazione di substrati sempre meno densi che costringono l’edificazione di strutture e contenitori per sorreggere e contenere materiali senza consistenza, che diversamente non avrebbero forma indipendente quindi bellezza.

Odio quando la tecnica diventa solo uno strumento per dissimulare la serialità. Quando le parole, le immagini, i suoni, le armonie sembrano scritte per consolarci, mentre ci viene nascosto che stiamo assistendo al risultato di un ciclo di produzione. Scrivere, leggere. Comporre, ascoltare. Disegnare, guardare.

Allora ho voluto sottrarmi all’idea di provocare quella sensazione agli altri, la sensazione che io stia per dire la stessa cosa che avevo già detto, ma in un modo diverso, o ricomponendo la stessa voce, lo stesso io narrante, anche affidandogli cose diverse da dire e fare, ma con la stessa tonalità e cadenza. Non avevo nessun contratto che mi ingiungesse a farlo, ed ero pronto a non farlo più.

Per tornare in qualche modo ad uno stato primordiale, completare il processo in senso inverso e ritrovare la materia originaria, senza segni di plasmatura pregressa, ho dovuto lasciare passare un periodo di tempo diciamo refrattario, creando uno spazio di decantazione.

Ho pensato alla visione di letteratura che ci hanno lasciato in piccole tracce alcuni immensi autori.

Wallace Foster David, quando conclude uno dei suoi ultimi racconti con questa perentoria frase: “Non una parola di più”. Come se dopo ogni finale di storia vi fosse il nulla? Come se la storia finisse lì, e non ci fosse altro modo per raccontarla? Come se ogni parola in più fosse una ripetizione, quindi di troppo? Una lezione di onestà? Una dichiarazione di resa?

A proposito di lezioni, Italo Calvino, nel suo Lezioni americane, quando dice che “La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione”.

L’ambizione più grande per uno scrittore, per Flaubert era quella di riuscire a scrivere un romanzo sul nulla. Per altri autori come Borges, Goethe, e soprattutto Perèc, l’ossessione si concentrava sulla rappresentazione del modello dell’universo in ogni suo codice finito o indefinito, nella sua “indistricabile complessità”. Ma esiste un modello di universo, e se esiste, è riproducibile? E’ conciliabile con le misure della letteratura? O esso ci riporta al punto di partenza perché di fronte ai limiti dell’intelletto ci impone comunque la stessa approssimazione che applichiamo nella vita reale, ogni giorno. Facendo finta di credere cioè, che ogni cosa abbia un inizio ed una fine. Che ogni cosa immaginabile punti verso un infinito ignoto o torni ad un punto di partenza.

Imbattersi in questa ambiziosa ricerca, non è quindi destinarsi fatalmente all’incompiuto, all’indecifrabile?

Ed è con queste gigantesche domande sospese, che dopo tre anni di silenzio, sguardi nel vuoto, sobbalzi emotivi, apatia, appunti lasciati ovunque, ho iniziato a scrivere Disorder, nel suo nucleo germinale, senza partire né dai personaggi, nè dai luoghi, né addirittura dalla trama.

Quanto vale, in termini assoluti, la vita per come la viviamo, rispetto alla percezione che gli altri hanno di noi? Abbiamo il controllo sulla nostra vita? E se un giorno, per caso, giocando pericolosamente con queste riflessioni e con esperimenti che coinvolgono il tempo, scoprissimo che la nostra vita, con la sua galassia di eventi grandi e piccoli, non è semplicemente un succedersi di eventi governato da un flusso caotico e imprevedibile, ma il verificarsi puntuale di un disegno?

Venire a conoscenza di quel prezioso codice, avvicinarsi al divenire senza nominarlo mai, affiancarlo, superarlo, comprenderlo. Tenerlo in pugno.

Che i nostri pensieri, le nostre emozioni, non costituiscano in qualche modo materia, non è in fondo, ancora oggi, una teoria inspiegabile?

E’ un viaggio entusiasmante. Spero di portarvi presto con me.

MM

Torino, maggio 2015

agosto 18, 2014

Berlino e il vuoto rimosso

La Germania dell’Ovest era forte, vincente. Ci giocavano Muller, Breitner, Beckenbauer. Avevano le maglie bianche, erano star internazionali. Poi nell’album dei mondiali c’era la Polonia di Lato e Deyna, c’era la Yugoslavia, c’era l’Olanda di Neskens e Crujff, c’erano squadre con le bandiere, gli stati, i confini, i popoli.

I giocatori della DDR, invece, avevano nomi anonimi, con le loro maglie celesti e la scritta bianca. Avevano le tute sgualcite e stinte, un po’ da sfigati. Li trovavo tutti goffi e dimessi, malinconici, ma incredibilmente misteriosi. Era come se arrivassero dal nulla, da un angolo sperduto della storia d’Europa, e tutto ciò mi affascinava tantissimo. E’ allora che è iniziato il mio viaggio verso Berlino.

A Berlino non vi è nessun monumento o scorcio che di per sé generi emozioni particolari o almeno, questa è la mia sensazione. Berlino è più di ogni altra cosa la città dagli immensi volumi mancanti, e si è sviluppata in modo anomalo, rispetto ai modelli urbanistici delle metropoli. Lancinanti ground zero di vuoto giacciono disseminati in un profondo ed eterno silenzio, in attesa di essere colmati dal 1945. Talvolta in luogo delle immense depressioni create dai bombardamenti, sono state edificate volumetrie disumane che si possono comprendere solo se le si considerano l’ombra della bandiera sovietica che sventola sulle rovine del Reichstag: una punizione dei vincitori sui vinti.

I volumi di Berlino (quelli mancanti, quelli ricostruiti, quelli rimossi), raccontano la grande follia umana del Novecento. Dresda fu ricostruita mattone per mattone con fedeltà fotografica rispetto all’originale, e quella fu un’esperienza di totale rimozione del passato. Ma a Berlino ricostruire non poteva significare ripristinare. Il tragico passato non si poteva rimuovere, doveva essere per sempre un monito, ed è stato l’architetto urbanista al quale è spettata l’ultima parola.

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A Berlino i luoghi più suggestivi sono quelli silenziosi. Ascoltare il fiume Spree scorrere, o passeggiare per le vie deserte del Kreutzberg la domenica mattina, dove Friedrichstrasse parte da Mehring Platz. Del muro originario rimane poco o nulla. Del muro rimangono le due metà di mondo che esso ha diviso, ancora oggi e per sempre leggibili. Potzdammer Platz , con i suoi centri commerciali avveniristici, gli investimenti immobiliari arrivati a superare i 50 miliardi di dollari e Alexander Platz, una serie di cubi in cemento armato senza niente di umano nella forma e nel colore. Entrambi luoghi dal grande fascino simbolico, due luoghi speculari che hanno plasmato il vuoto con il plastico di una proposta sociale al mondo, come fossero le rispettive, opposte risposte alle grandi domande di benessere e pace che la storia aveva lasciato in sospeso dopo la seconda guerra mondiale.

Se oggi Berlino è la migliore sintesi tra diritto all’individualismo e dovere di solidarietà, è perché Berlino è una delle metropoli più accessibili del mondo. Fatta eccezione per la zona del Mitte, il prezzo per metro quadro di una casa a Berlino è ancora oggi di gran lunga inferiore rispetto alla periferia di una qualsiasi grande città europea. Tutto è un linguaggio di passaggio, dalla street art all’architettura avveniristica, alla giungla di culture e controculture che si confrontano con vorace frenesia pop.

Ben governata, ecologica, ciclabile, tollerante, interclassista, multietnica e multiculturale, Berlino ha polarizzato immense energie e un benefico desiderio di riscossa, non solo per il popolo tedesco, ma per chiunque creda in un progresso equo e sostenibile.

Questa è stata la mia sensazione, ed è quello che mi porto a casa in direzione Praga.

Il viaggio in auto verso Praga è relativamente breve, rispetto all’eternità del viaggio da Torino a Berlino. Circa quattro ore di un’autostrada che percorre campagne rigogliose e dolci vallate verdi a perdita d’occhio senza soluzione di continuità.

Non sembra possibile che sia esistito un confine geografico tra Prussia e Austro-Ungheria, ma solo un confine artificiale tra i popoli. Giungere a Praga da Berlino ti fa pensare a quanto spesso le città somiglino alle sparute dinastie di nobili che le hanno governate con i loro capricci nel corso dei secoli e ne hanno determinato il destino, umano e topografico. I concetti di Est e di Ovest sono stati degli astuti diversivi. Una grande distrazione di massa che oggi ha consentito nuovamente la concentrazione del potere in mano a poche famiglie, che indisturbate, nell’ombra, senza castelli, senza dittature, senza muri, né di divisione né di difesa, hanno nuovamente in mano le sorti di interi continenti.

Lasciata Dresda alle spalle, appena giunti in Repubblica Ceca la strada ti regala anche un fuori percorso obbligato (l’autostrada finisce) in un paesino sperduto nel nulla della campagna. In una piccola piazza con un trattore su un lato e un furgone scassato dall’altro, tre donne e un uomo ti fissano immobili come se ti avessero aspettato per tutta la vita. Un piccolo regalo, che apprezzi però solo dopo aver ritrovato l’autostrada in direzione Praga, perché durante l’excursus ti senti improvvisamente sperduto nel nulla, inghiottito in un fosso al centro dell’Europa.

Praga è una città di una bellezza così densa, intatta e perfetta, che ogni altra città visitata dopo sembrerebbe una periferia blanda e disadorna. Su Praga è stato già scritto tutto, quindi il mio viaggio finisce qui, in questa incantevole città rimasta intatta nei secoli.

Con un piede sul ponte Carlo, tra la città vecchia e il castello.

Dentro alla bellezza, che salverà il mondo.

dicembre 7, 2013

Voci e parole. Processi inversi

7/12/2013 – Altri Sguardi – 

Dicono che le storie prendano vita quando da manoscritti, o da semplici idee diventano libri. Se questo è vero, allora la storia della faglia è nata una seconda volta, perchè è tornata alla voce, cioè la forma con la quale mi era apparsa guidando l’auto, reggendomi in curva su un pullman, ascoltando il silenzio della notte. Allora non feci altro che trascrivere quella voce su fogli di fortuna, niente di più, e mettere insieme tutto in forma di parole, punteggiatura. La voce è una forma viva, pulsante.

In questo strabiliante processo inverso, Renato Camoletto, Roberto Micali, Renato Sibille, Igor Casella e Fabio Liberatore, danno la parola agli spazi, alle virgole, agli a capo. Danno il silenzio, l’espressione, il movimento, alle parole. Stasera è stato un onore, ancora una volta.

Grazie Artemuda.

MM

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dicembre 5, 2013

Artemuda legge la faglia – Il promoClip

dicembre 3, 2013

7/12/2013@sede ArTeMuDa. Per l’Associazione Aporti Aperte

 

 

Artemuda_fagliahttps://www.facebook.com/events/590533384335436/?ref=22