Archive for ‘Uncategorized’

ottobre 24, 2016

The answer is burping in the wind

papa20e20dylan7281Cari amici, continuo a leggere manifestazioni di ammirazione per Bob Dylan che non risponde agli accademici svedesi che gli hanno assegnato un Premio Nobel per la letteratura. Lo so che è bella, l’immagine di questa combriccola di vecchi intellettuali svedesi che cercano affannosamente Bob Dylan al telefono senza ottenere risposta. E’ una immagine molto appagante, ma non fraintendetela. Non mitizzate Dylan in senso eroico. Bob Dylan non è Ken Loach. Non è Boris Pasternak. Non è Jean Paul Sartre. Il gesto di Dylan non sarà una protesta contro la globalizzazione, contro le guerre, contro i muri che limitano i flussi dei migranti, contro lo strapotere della finanza, contro Trump.

Quando fu invitato al XXIII Congresso Eucaristico, a Bologna nel 1997, Bob Dylan ci andò di corsa, e fu un vero shock per me vederlo inchinarsi davanti al papa. Uno che aveva coperto pedofilia, taciuto scandali, tollerato ingiustizie. Uno che aveva stretto la mano a Pinochet. Ma dov’erano finite le sue idee sul progresso e sulla giustizia sociale? Sugli emarginati, sui poveri della terra. E dire che quando hanno annunciato il Nobel a Dylan, alla fine, tutto sommato, per via delle splendide motivazioni, ero anche stato d’accordo.

Ma i premi si possono ritirare. I premi si possono rifiutare. I premi si possono dedicare. I premi si possono girare a qualcun altro. Ma un artista non può mai e poi mai ignorare un premio.

Il silenzio senza motivazioni di Mr. Zimmermann, non può essere spiegato altrimenti che con la spocchia di un vecchio capriccioso artista, che rutta in faccia a tutti i suoi predecessori, e soprattutto a chi se lo sarebbe meritato più di lui, la sua idea di rivoluzione a caviale e champagne.

settembre 15, 2016

La vita, è reale solo quando condivisa? Il sistema complesso delle cose ai tempi dei social network.

samsung_hmx_w200rn_xaa_hmx_w200_waterproof_hd_camcorder_766564Qualcosa accade. Un tramonto, un treno che passa, un uomo che suona una cornamusa.

La videocamera di uno smartphone la congela, la accantona in una memoria sintetica, a futura visione. Ciò che prima era una fine, ora è un nuovo punto zero, un costante presente. Un riverbero tecnologico assordante ne replica in numero infinito l’istante germinale.

Il passato non esiste più, il presente non si può cancellare. E’ indelebile.

Due ragazze assistono allo stupro di una loro amica nei bagni di una discoteca. Non fanno niente per evitare quello stupro, ma pur essendo, a loro detta, ubriache, utilizzano l’ultimo barlume di lucidità per filmare il tutto con uno smartphone, e per condividere il video su whatsapp.

Rispetto alla realtà si sta imponendo un nuovo istinto primario, quello di catturarla. Come se quella realtà, non stesse accadendo per davvero, non fosse ancora vera. Come se avesse bisogno del passaggio nel tritacarne della considerazione digitale, per essere tale.

Quel passaggio battesimale ne certifica in qualche modo la realtà. Senza quel passaggio non è stato niente, solo una vaga realtà senza sussistenza. Per noi e per gli altri. Quell’evento, accaduto sotto ai loro occhi, deve essere stato indecifrabile, quasi un’esplosione nel vuoto.

Se viceversa le due ragazze avessero visto il video di quello stupro in rete, allora si, che avrebbero avuto una reazione di sdegno. Quell’evento sarebbe sembrato legittimato e reale, in tutta la sua tragica gravità.

Un ragazzo, per tutto un concerto tiene il cellulare puntato verso il palco. Non salta, non poga, non balla, non canta, non applaude (non può perché ha una mano impegnata). Non guarda il palco perché deve tenere d’occhio l’inquadratura.

Non deve stupire che questo ragazzo stia assistendo con distacco al concerto. Se egli tende a non avere alcun interesse per quello che accade davanti a lui è perché non percepisce il fatto che la realtà stia accadendo in quell’istante. La realtà accadrà solo nel momento in cui sarà terminato l’upload del video in rete.

Come dire che la realtà non è abbastanza intensa perché raggiunga le mie emozioni.

Solo il livello condiviso dei tag, fall out di quella realtà catturata, disarticolata, edulcorata.

Non più la sua matrice originale.

giugno 23, 2016

Italie-Irlande : à la tienne, Roddy Doyle !

 

Stadio di Lille, 23/06/2016 – Italy Vs. Ireland.

E’ che l’Italia non ci è abituata a certe situazioni, dai diciamocelo chiaro fin da subito. Presentarsi all’ultima partita con la qualificazione già in tasca, da primi del girone. Ma quando mai si è visto. Noi italiani ci troviamo a disagio nel ruolo di secchioni, primi della classe. Senza nemmeno un complotto dei poteri forti, solo una passeggiata di salute e quella triste, teutonica classifica a punteggio pieno.

Parte l’inno italiano. I tifosi irlandesi si alzano in piedi e iniziano a cantare, inventandosi le parole come facciamo noi con le canzoni degli U2 o dei Cranberries. E’ un momento molto bello, un gesto privo di retorica che subito, noi italici, fatichiamo a decodificare, ci spiazza. Ma perché cristo perché?

L’Europeo potrebbe finire qui, non c’è nulla da aggiungere. In certi momenti pare che alcuni tifosi della marea verde azzecchino più parole giuste del nostro capitano Bonucci.

Signore e signori, inizia Italia-Irlanda, il derby di Ellis Island, New York.

Per la prima mezz’ora, Antonio Conte ripete instancabilmente uno-due, uno-due, mimando con le mani un macellaio che taglia una bistecca, o uno alle prime armi che fa massaggi shatzu. I nostri giocatori non lo capiscono. Barzagli e De Sciglio si guardano cercando conforto uno nello sguardo dell’altro. Intanto gli irlandesi si vede che hanno più motivazioni di vincerla sta partita. A noi italiani non va giù sta smania di finire a punteggio pieno il girone. E cos’è? Cosa ci si guadagna? Vada per la fatica di capire le regole della classifica avulsa, ma a capire sta cosa del prestigio proprio non ci arriveremo mai.

Gli irlandesi corrono e picchiano. Alcuni, a dire il vero pare abbiano delle caldaiette al posto dei piedi, fanno dei controlli del pallone da brivido. Però il calcio dice che a volte le motivazioni valgono più delle qualità tecniche in campo. Ed è per questo che noi italiani non si tocca palla.

Gli spalti sono pienissimi.La marea azzurra, tanto invocata dalla Federazione Italiana Giuoco del Calcio non c’è stata. Qualche macchia azzurrina, celeste, ciano, bluette, sparsa qua e là e niente di più. Forse siamo poco più su dei numeri della statistica. Forse quelli con la maglia azzurra sono dei ciprioti che casualmente indossano una maglia azzurra.

Quando i nostri tifosi sono stati raggiunti dall’appello erano ormai partiti da casa. Erano già in roaming internazionale. Addosso, e nel bagaglio a mano, avevano solo polo Lacoste o Ralph Laureen dalla tinta tenue, tipo pesca, ciclamino o giallo senape.

Tra gli spettatori passano degli addetti dello stadio, selezionano quelli vestiti di azzurro, li raggruppano sulle gradinate e li fanno passare al maxischermo per par condicio cromatica. Qui a Euro 2016 la parola d’ordine è pari opportunità. Ho visto con i miei occhi uno che si ritrovava sul maxi schermo con la maglia di Schillaci che si copriva il volto. – Figura di merda – diceva il suo labiale, mentre si teneva la testa tra le mani.

Inizia il secondo tempo e la musica non cambia. Irlandesi assatanati, italiani timidi.

Vista la schiacciante predominanza del verde irlandese sugli spalti, gli addetti della Federazione passano distribuendo magliette azzurre, costringono i tifosi ad indossarle, anche quelli che protestano perché sono di tessuti acrilici e fanno le scintille. Altri perché gli si spiegazzano tutte le polo.

Antonio Conte, promotore dell’iniziativa “operazione #marea azzurra”, fa chiedere alla regia di Sky se si possono anche solo ritoccare le immagini televisive con dei filtri tipo Paintbrush e fornire al paese a casa tutta un’altra immagine di compattezza.

Mi viene in mente tutta una bella cosa da scrivere sulle affinità e sulle diversità tra italiani e irlandesi per commentare uno zero a zero finale, ma ad un certo punto, a qualche minuto dalla fine l’Irlanda segna, e lo stadio esplode. A vedere tutti i suoi tifosi in lacrime per la gioia mi prende un groppo in gola.

L’Irlanda passa il turno grazie ad una serata eroica, indimenticabile.

Noi si passa primi di girone non per merito, ma per una tanto pusillanime quanto confortante differenza reti.

Tutto torna.

Mi apro una birra.

Alla salute, Roddy Doyle!

Massimo Miro

maggio 10, 2016

Borgo Stura in scena

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A quattro (4!) anni di distanza dall’uscita del romanzo, Borgo Stura è ancora viva grazie alla compagnia Artemuda e al talento dei suoi attori.

Sabato 14 maggio 2016, ore 21 – TORINO – Spazio ArTeMuDa
Via Drusacco 6
Ingresso libero con tessera ARCI

Lettura teatralizzata tratta dal romanzo “La faglia” di Massimo Miro (ed. Il Maestrale)
Con: Igor Casella, Fabio Liberatore, Roberto Micali, Renato Sibille, Patrizia Spadaro.

Evento organizzato in collaborazione con l’Associazione di Volontariato Aporti Aperte e l’Agenzia Formativa Forcoop. La serata sarà dedicata alla raccolta di fondi destinati al Fondo di Solidarietà dedicato ai ragazzi ospiti dell’Istituto Penitenziario Minorile Ferrante Aporti. Oltre alla lettura di alcuni estratti dal libro di Massimo Miro saranno esposte al pubblico fotografie e opere in ceramica realizzate nei laboratori dei Corsi Professionali gestiti dall’Ati Forcoop Agenzia Formativa, Fondazione Casa di Carità, Arti e Mestireri Onlus e E.N.Gi.M. Piemonte, presso l’IPM Ferrante Aporti.

L’evento è inserito nel ciclo di eventi Geografie della scena.

L’Associazione ArTeMuDa aderisce alla campagna “Illuminiamo il futuro” organizzata da Save the Cihildren, realizzando il reading de “La faglia” durante la settimana di mobilitazione “7 Giorni per il Futuro”.

 

http://www.artemuda.it/

 

novembre 27, 2015

Show all this to the world – appunti di visione

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Giugno 2015. Frontiera tra Italia e Francia. Un gruppo di migranti africani, respinto al confine con la Francia, occupa gli scogli sul mare e chiede a gran voce la possibilità di proseguire il proprio viaggio verso i Paesi del Nord, diventando in poche ore il caso simbolo dell’emergenza profughi in Europa.

Inizia così, con la sinossi presa dal programma del 33mo Torino Film Festival il giorno di Andrea Deaglio alla frontiera di Ventimiglia. Non annoierò prima me stesso e poi voi, cercando la collocazione corretta di Show all this to the world tra reportage, documentario, inchiesta, film documentario e via dicendo.

This are true stories, dice la pagina web di MUFILM, e anche questa ultima produzione, come le precedenti, lo fa capire dalle prime sequenze.

Lungomare di Ventimiglia all’alba. Centinaia di migranti dormono sugli scogli. Attorno a loro, agili, scattanti, silenziosi, decine di foto reporter rubano immagini ai loro corpi immobili, insistono su piccoli poveri particolari. Piedi che escono da coperte improvvisate, scarpe capovolte, resti di un pasto su un piatto di plastica. Cercano inquadrature ad effetto in equilibri precari tra uno scoglio e l’altro, si incrociano tra di loro.

Questa prima deprimente sequenza ci impone la prima riflessione. Qual’è il confine tra testimonianza e intimità? Può uno stato di cronaca sospendere il diritto alla dignità? In quei minuti di sequenza muta, scandita solo dal rumore delle onde che si infrangono sugli scogli e di quello degli otturatori delle reflex, non sembra esserci dubbio. No. Ma poco dopo, quando un ragazzo, trascinato a forza dalla polizia, cerca l’inquadratura, e urla al cineoperatore “Show all this to the world!”, tutto cambia, il parallelepipedo ruota, come un gioco di posizioni.

La macchina fotografica diventa elemento di garanzia, un dispositivo di protezione, tanto da farci chiedere, da qual momento in poi, se siamo certi di assistere alla rappresentazione della realtà. Quella realtà sarebbe stata tale anche senza la presenza di tutti quei giornalisti? Può lo strumento deputato a rappresentare la realtà, determinarla?

Ciò che mostra Show all this to the world, al di là della sua carica emotiva, è un retrosguardo, impietoso, sui mediatori della verità, sui mass media. Quello che vediamo, che leggiamo, quello che sappiamo, è quasi sempre un compromesso al ribasso. Il modello narrativo di questo film, senza commenti, senza didascalie, è invece il più efficace possibile. E’ come cogliere una mela dall’albero invece che comprarla liofilizzata al Carrefour.

Ho visto, come tutti voi, quest’estate, decine e decine di servizi dal confine di Ventimiglia, ne ho letto le cronache sui giornali, sui siti indipendenti. Ma niente è stato tanto efficace quanto i cinquanta minuti di questo film. La verità non è mai davanti a noi. E’ sempre dentro l’immagine che vediamo. Avere gli strumenti culturali per saperla decodificare fa la differenza tra vivere in un mondo libero o altrove.

L’unica verità possibile è negli sguardi smarriti di quei popoli di passaggio, come diceva Luca Rastello, con il confine addosso. Negli esercizi quasi pugilistici del giornalista davanti alla telecamera, qualche secondo prima della diretta di un programma di intrattenimento generalista. Nel battibecco tra un poliziotto e un reporter, che si intralciano a vicenda, ed entrambi rivendicano di essere sul posto di lavoro. Nel sottofondo di un giocattolo con il suono della tromba, suonato da un bambino con un sorriso orgoglioso, nonostante tutto.

E’ nei cori instancabili, che fanno da sottofondo costante alla narrazione senza colonna sonora, senza voce fuori campo.

Fateci passare. Non torneremo indietro.

L’oscurità avvolge gli scogli e le sagome dei migranti vengono inghiottite dalla notte. Sullo sfondo, le luci della costa francese, solo un altra tappa del viaggio.

In mezzo, un confine, tracciato a volte a matita a volte a penna.

 

M.M.

TFF33 – Cinema Massimo 2  – 27/11/2015

Un film di Andrea Deaglio | montaggio di Enrico Giovannone | post-produzione audio di Niccolò Bosio

http://www.torinofilmfest.org/film/25179/show-all-this-to-the-world.html

http://www.mufilm.it/show/

 

agosto 6, 2015

Colazione su marte – Provini notturni 23/7/2015

NASTRI

Clicca sull’immagine per ascoltare i nastri in audio streaming

Colazione su marte è la mia vecchia scatola di biscotti.

Tonda, con il coperchio sformato dalle nostre dita impazienti e maldestre al mattino. Dentro ci ho messo le fotografie che in questi ultimi mesi ho scattato a vite, cose, luoghi. Sono fotogrammi scelti tra milioni che ho visto, vissuto e che ho visto vivere. Almeno, per quanto ho creduto. Mi è sempre sembrata l’unica verità possibile. Attimi che ho ritenuto di straordinaria bellezza, ma anche attimi di intima e seriale quotidianità.

Forse è vero, tutto ciò (scrivere, comporre, disegnare ecc..)  risponde alla necessità di consolare lo stupido terrore di dimenticare, o forse di dire in un altro modo quello che si potrebbe dire con una torta alle spezie o con un passo di danza sospeso nel vuoto.

Ma c’è sempre la ricerca di quel punto di equilibrio che ti sgrava di ogni peso. L’attimo magico in cui perdi quasi coscienza, o forse la acquisisci totalmente. Come avere il conforto di tutte le risposte che cercavi. O forse ritrovarsi senza, quelle domande, senza l’assillo della risposta.

E’ l’amore, il filo rosso che unisce gli otto fotogrammi. Scatti rubati in metrò, alle stazioni, sui treni, negli ipermercati, ai semafori.

Quelli ostinati, controdestino, da decidersi in un’ultima gara in giappone sotto al diluvio come ai mondiali di formula uno.

Quelli andati a male, per colpa di una cieca e furiosa lotta ai conservanti.

Quelli tramontati nella monocromia rossa del fuoco e della lontananza eterna dei pianeti con le loro spaventose forze in gioco.

Quelli segreti, scritti in biglietti piegati a metà.

Quelli che si dimostrano in un silenzio davanti al mare, senza chiedersi nulla, solo a guardare navi lontane e direzioni che portano via.

Quelli promessi per l’eternità, ma che poi finiscono e rimangono destinati ad essere ricordati nelle canzoni.

Quelli delle metà e degli interi. Dell’incanto della vicinanza.

Quelli di un tulipano tenuto in tasca, in attesa di un incontro.

Ma non c’è spazio per i rimpianti o per le illusioni.

I tulipani sono fiori di una bellezza struggente e fragile, che possono vivere solo in un tempo.

Il presente.

Riprese effettuate la notte del 23 luglio 2015 allo Spazio 211, Torino.

Disponibili in audio streaming su Soundcloud.

https://soundcloud.com/colazionesumarte/sets/nastri-rigorosamente-notturni/s-kwcXv

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Pianoforte: Massimo Miro

Voce: Sined

Chitarre in Colazione su marte: Rick Spence, Kevin Lodgers.

Testi e musica: Massimo Miro  – Happy Intentions Songs 2015 – All rights reserved

dicembre 7, 2013

Voci e parole. Processi inversi

7/12/2013 – Altri Sguardi – 

Dicono che le storie prendano vita quando da manoscritti, o da semplici idee diventano libri. Se questo è vero, allora la storia della faglia è nata una seconda volta, perchè è tornata alla voce, cioè la forma con la quale mi era apparsa guidando l’auto, reggendomi in curva su un pullman, ascoltando il silenzio della notte. Allora non feci altro che trascrivere quella voce su fogli di fortuna, niente di più, e mettere insieme tutto in forma di parole, punteggiatura. La voce è una forma viva, pulsante.

In questo strabiliante processo inverso, Renato Camoletto, Roberto Micali, Renato Sibille, Igor Casella e Fabio Liberatore, danno la parola agli spazi, alle virgole, agli a capo. Danno il silenzio, l’espressione, il movimento, alle parole. Stasera è stato un onore, ancora una volta.

Grazie Artemuda.

MM

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dicembre 5, 2013

Artemuda legge la faglia – Il promoClip

ottobre 26, 2013

Massimo Miro incontra Sandro Bonvissuto. DENTRO (ed. Einaudi) alla Trebisonda. 9/11/2013 h 18

dentro_9-11-3Chi mi conosce sa che non presento libri frequentemente, pur avendo tanti amici scrittori. L’ho fatto in passato solo per autori o libri davvero speciali, e questa volta lo farò per tutte e due le cose. Non solo perché considero DENTRO (ed. Einaudi), di Sandro Bonvissuto, l’esordio più fulminante degli ultimi anni, ma perché non vedo l’ora di chiedergli alcune cose. Dentro, non è solo un libro dalla scrittura fantastica, ma anche, e forse soprattutto, uno spazio che mancava, nella letteratura italiana. Mancava perché pochi, come Bonvissuto sono capaci di nasconderci l’atto meccanico della scrittura, e di farci credere che quello che leggiamo siano direttamente i pensieri dei suoi personaggi, senza la mediazione dell’autore.
9 novembre 2013, ore 18, alla Trebisonda. La libreria Indipendente di San Salvario. Via Sant’Anselmo 22. Torino.

http://www.trebisondalibri.com

agosto 30, 2012

Massimo Miro – MicroSpot per Liberos, la comunità dei lettori sardi

25/8/2012 Libreria Shakespeare and Company di Parigi

http://www.youtube.com/watch?v=MR8SM6K6D24