Archive for ‘PRESS – Le recensioni del libro’

marzo 11, 2013

Dal Blog di Noce Moscata “Le spugne non hanno giornate no”. Provammo sentimenti ignorando il pericolo.

Le commedie rosa degli anni sessanta sono quelle che più si avvicinano alla mia idea platonica di piacere. Se mi sentite dire che su un’isola deserta mi porterei dietro Guerra e pace, quasi sicuramente mento o non la racconto giusta. Sì ok, un libro me lo porterei (e probabilmente non sarebbe quello di Tolstoj), ma di sicuro nello zaino ci sarebbe anche un televisorino mignon e una gamma completa di commedie vintage. Da “Irma la dolce” a “Ero uno sposo di guerra”. Ce n’è una ad esempio, sulla cui visione mi plafono a scadenze regolari, che si chiama “Il letto racconta”.
I protagonisti sono una Doris Day molto elegante, e un Rock Hudson molto play boy. Sono vari i motivi per cui con questa commedia mi sbrodolo di compiacimento. Un po’ per i dialoghi, un po’ per i colori pastello degli arredamenti, un po’ per il come veniva fasciato il punto vita dagli abiti dell’epoca, ma in special modo per il protagonista assoluto della storia: il telefono. Sì esatto, quell’aggeggio demodé, che aveva la rotella e una cornetta senza spigoli, che dopo un quarto d’ora che la tenevi in mano, ti sudavano l’orecchio e le dita.
Il mio grado di soddisfazione, raggiunge l’apice a partire dalla sigla, perché viene fatto uso e abuso di una tecnica cinematografica che voi probabilmente ricorderete di più in altri film. Lo split screen. La divisione dello schermo che ti mostra cosa succede contemporaneamente in luoghi presumibilmente diversi.
La scena però, su cui mi adagio mollemente e raggiungo il massimo di compenetrazione empatica coi protagonisti, è quella in cui la divisione delle inquadrature li mostra immersi nelle rispettive vasche da bagno mentre si parlano al telefono. Giocando distrattamente coi piedini toccano il punto di separazione dello schermo, e qui lo split screen ci regala un’illusione cinematografica deliziosa, quella per cui ciò che li divide allo stesso tempo li unisce, perché a noi spettatori pare che i piedi si tocchino. Insomma, è più facile a vedersi che a spiegarsi.

Ecco, se Thomas Mann dovesse raccontarvi sinteticamente cos’è La faglia, direbbe che due generazioni si porgevano le mani, in una specie di chassé croisé. Se lo dovessi fare io direi che è come lo split screen ne “Il letto racconta”. La faglia, quel crepaccio su una via periferica di Torino, insidioso pericolo per il Garelli di una squinternata combriccola di ragazzi, rappresenta, attraverso il salto a cui ti costringe, anche il punto di contatto tra due mondi, quello dell’adolescenza piena nel modo di sentire, e quella degli adulti alla vana ricerca di una finta felicità esteriore. Quella tra l’Italia di ieri dove l’illusione di poter salvare Aldo Moro dal sequestro (e qui mi è stato impossibile non ricordarmi della Banda degli invisibili di Bartolomei) sembrava lo sbocco più logico per essere parte della Storia, e l’Italia di oggi, lontanissima dai valori di un tempo. Gomez, protagonista del percorso a ritroso, è sul crinale di quel crepaccio che rappresenta il bilancio della sua vita, e se per noi è adrenalinico fare il salto della faglia con lui, allo stesso tempo ci ricorda una poesia di Machado dove “nel voltare indietro la vista, si vede il sentiero che mai si tornerà a calcare. Viandante non c’è via ma scie di mare”, e non serve certo che sia io a dirvi, quanto facile sia, perdersi nelle scia delle proprie emozioni.

vai all’articolo orginale dal Blog pleonastico di Noce Moscata. Una gustosa divagazione in pieno stile off topic.
http://lespugnenonhannogiornateno.blogspot.it/2013/03/provammo-dei-sentimenti-ignorando-il.html

dicembre 28, 2012

Patrizia Caffiero su “La balena bianca”: Ritorno a Borgo Stura. Alcune annotazioni su “La faglia” di Massimo Miro.

1340798179423mirodi Patrizia Caffiero

“Provammo dei sentimenti, ignorando il pericolo”

Goffredo Mezzasalma – detto Gomez – parte da Milano per ritornare a Torino, nel quartiere dove ha vissuto la sua giovinezza. Il suo fraterno amico Jumbo si è risvegliato da un coma durato trent’anni. Si tratta di un ottimo pretesto narrativo per ricostruire tramite la memoria di Goffredo un mondo tramontato, con la sua litania di oggetti a carico: il motorino Garelli Leopard,  le simca e le centoventisette,  i radioregistratori con la cassetta, il poster di Niki Lauda “prima dell’incidente”, gli odori, i rumori e gli ambienti di tre decenni prima.  Protagonisti di questa prova d’esordio del torinese Massimo Miro sono Gomez, Jumbo, Sgummo, Novi, Ligure: un manipolo di sbandati, i “Grandiosi” – per loro stessa definizione- , ladruncoli pronti alla rissa, borgatari degli anni settanta di un quartiere operaio di Torino, Borgo Stura, una specie di bolla nello stato lontana dai controlli e dalle regole della città, scarsamente raggiungibile persino da un’ambulanza che “Minchia, si è sdrumata nella faglia”. La faglia è una profonda ferita nell’asfalto che divide il rione dalle altre zone di Torino; come se non bastasse l’emarginazione di fatto di questa comunità dal resto del mondo. La faglia simbolica che spacca in due il tessuto narrativo nel romanzo, invece, è la storia di “un prima” e di “un dopo” il tentativo da parte del gruppo di liberare Aldo Moro, che Jumbo ha individuato per una casualità  in un appartamento di Corso Tassoni; prova iniziatica un po’ cialtrona, un po’ vanagloriosa voluta dai ragazzi per l’impazienza di entrare nella storia e “diventare celebri” senza far fatica: “Noi, Grandiosi di Borgo Stura, i derelitti,  feccia della società, avanzi di riformatorio, avevamo salvato Aldo Moro. Il mondo ce n’era già grato, e noi ci saremmo presi tutto.  Tutto. Non avremmo lasciato niente a nessuno. Volevamo la nostra parte, porca lercia. La nostra dannata parte”. È dopo  questo episodio,  che vede i ragazzi giocarsi tutte le loro possibilità, che Goffredo svolta radicalmente: si lega a una moglie alto-borghese e a un esigente suocero, un grande manager, esponente  della Milano-bene che è anche suo datore di lavoro. Il fatto che il suo presente sia raccontato come una continua alienazione da sé, dai suoi istinti profondi; una cinica esistenza in cui si è voluto salvare dalla galera o dalla morte violenta per la strada, ci sembra una svolta persino peggiore del destino dei suoi amici. Come se l’alternativa a una vita di piccoli abusi, crimini e botte possa essere solo un’altra vita in cui un diverso livello di sopruso venga perpetrato, per esempio verso i propri dipendenti; o nei confronti dei propri fornitori. Goffredo è consapevoledi pagare un prezzo alto per la sicurezza economica di cui gode ora:

Non sono per niente sicuro di sentirmi bene. Certi giorni mi sento un pinguino sulle dune del deserto. Altre volte un leone in mezzo al mare”.

Vive in una solitudine affettiva completa; il rapporto con la figlia è ridotto alla ricezione di sms minimali dove lei richiede ricariche del cellulare; la moglie è colei che l’ha salvato dal dare pensiero alla famiglia ma che dopo una visita a Borgo Stura lo disinfetta con salviette detergenti per togliergli “di dosso l’unto gassoso della periferia”. Goffredo si descrive così al volante dell’auto accanto a lei:

“Io guidavo servoassistito. Guidavo servofrenato. Guidavo ammortizzato. Non mi veniva mai niente da dire. Disinfettato, senza la felicità di un batterio”.

Non andava così nel quartiere d’origine, nel quale i rapporti familiari e soprattutto del gruppo di amici erano improntati a dedizione ed affetto assoluti; un territorio parallelo nel tempo e nello spazio; ormai perduto. Goffredo reitera nel ricordo la sua dichiarazione d’amore a un luogo che di per sé sembra avere pochi meriti; non pratica le associazioni consuete che legano le emozioni più intense a luoghi definiti idilliaci per convenzione universale. Una pila di gomme che bruciano, lontana dal rappresentare quello che è, un segno del degrado/inquinamento di Borgo Stura, risveglia in lui parti preziose della sua memoria: “quando eravamo piccoli, quella colonna altissima di fumo nero ci serviva come punto di riferimento per ritrovare la via di casa durante le escursioni in bicicletta. Era il nostro faro” . Oppure, il panorama che Gomez desiderava “allora” godersi a fine giornata non sembrerebbe incantevole; al contrario, lo era per lui: “Volevo godermi ancora un po’ le luci di Borgo Stura. La collina in lontananza, la sagoma del gasometro di Vanchiglia”. Splendide sono certe descrizioni socio-urbanistiche quasi futuristiche del quartiere, dove i palazzi e le strade acquistano vita e dinamismo, con l’inserto di metafore prese da campi semantici lontani dall’architettura e dall’urbanistica: “Palazzoni svettanti come rampe di lancio di qualcosa che non decollava mai”. Oppure: “ Le ombre di quei mostri di palazzo grigi strisciavano sugli asfalti e sui bassi fabbricati come eclissi quotidiane”.

Un romanzo della nostalgia, amaro, in cui la catarsi non è possibile; e non si alimenta la speranza.

Massimo Miro, La faglia, Il Maestrale, 2012, p. 144, euro 16

articolo originale:

http://labalenabianca.com/2012/12/28/ritorno-a-borgo-stura-alcune-annotazioni-su-la-faglia-di-massimo-miro/?like=1&source=post_flair&_wpnonce=a90e8da1db

novembre 6, 2012

La Faglia, epopea dei senza gloria – Così scrive Minore su Anobii

Il romanzo racconta una qualsiasi epopea dei senza gloria, i periferici al mondo, i tagliati-fuori per nascita, per destino di partenza. Apparentemente sarebbe poco interessante per un lettore calarsi nello squallore dell’emarginazione urbana torinese identica a tutte le altre emarginazioni di ogni altra città. Ma il libro, per questo bello, è capace di avvincere perché riesce a far emergere con forza l’umanità dei protagonisti avvolti in una Storia che potrebbe fare a meno di loro senza modificarsi.

Ci dicono che la Storia sia, appunto, fatta di storie personali, coincidenze, occasioni che riescono a sfiorarla e, apparentemente, potrebbero anche condizionarla e scriverla. La lotta è impari. Chi vincerà? La Storia, naturalmente. Quella sorta di fossa comune dove ognuno verrà riconsegnato, sepolto nella banalità del proprio destino inglorioso.

Non resterebbe nemmeno la traccia di queste umanità qualunque, invisibili e dolorosamente scontate, se questo libro non avesse il merito di lasciarci le loro piccole storie da fare nostre.

Massimo Miro, l’autore, è un’altra bella intuizione del Maestrale, una casa editrice coraggiosa, che amiamo perché propone spesso delle piacevoli sorprese.

minore

Anobii.com http://www.anobii.com/minore/books

novembre 5, 2012

Grazie a Ryta Kess per le sue immagini a caldo della faglia. Istantanee, vive. Splendidamente vere nel suo cogliere nel segno.

Questo libro si fa leggere velocemente, come un fumetto che si affaccia nella storia e ne inquadra i fattori marginali.
Questo libro lascia il segno dello scontro con i fantasmi del passato, personale, di un’epoca.
Il ’78, ma potrebbe essere oggi per il senso di vitalità ostentata e castrata insieme.
Ma è importante che sia il ’78, l’anno dell’uccisione di Moro.
Gli anni di una violenza diffusa che teneva sotto scacco tutti gli strati sociali, da quella organizzata a quella di stato a quella di quartiere.
Ed entra in campo la faglia.. quella linea di confine, un margine che separa ma non è insuperabile, quella crepa culturale tra la vita di periferia e la vita delle piazze, dove all’epoca erano più presenti i cortei, le contestazioni, i punti di vista personali.
O è solo un mito?
C’è qualcosa di attuale in quei due passaggi del libro, ironici e amari: quella di Novi e Ligure, come quella ancora più eclatante di tutto il gruppo di amici, quando, convinti di aver capito dove sia nascosto Aldo Moro ( a Torino), si mobilitano per rapirlo una seconda volta, sicuri che questo li farà passare alla storia.
Riusciranno a diventare famosi? così comicamente disimpegnati, anticipatori di un atteggiamento passivo che non conosce il proprio territorio, senza strumenti né difese per emanciparsi da quel margine?
E poi c’è il coma che dura 32 anni, quello di Jumbo. Il coma che coinvolge tutti, anche gli svegli, come in un congelamento del pensiero, delle reazioni, della parola, quindi i lunghi segreti di stato, della storia appunto.
Poi la “faglia” in qualche maniera si aggiusta, avviene il risveglio, il miracolo, risolto in due modi.
Per il protagonista è l’occasione per riguardare quel passato attraverso un viaggio in autostrada e poi in sella, attraversandolo come si attraverserebbe ad un certo punto un sogno ricorrente, tra luoghi familiari ma modificati.
Quella linea di confine tra la “disperata vitalità” e il “benessere”, sembra sparire in un gioco di sospensioni, cercando un nuovo equilibrio.
Dove sta tornando Mezzasalma? (ottimo il cognome che ne inquadra la persona) Alla sua agiatezza rattoppata? Da una moglie che lo ha “salvato” economicamente e socialmente ma non dai suoi desideri? o al suo passato? ora che non c’è più quella linea che demarca…
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Bologna, 5/11/2012
La ricerca di Ryta Kess è in un costante dialogo con la pittura (campo dell’arte nel quale ha iniziato la sua formazione) e le altre forme di espressione visiva, assottigliando così la pellicola storica, creando un cortocircuito temporale, dando diversi piani di lettura per le tematiche sociali attuali e contemporanee da lei affrontate.
Così nella stessa opera si intrecciano riferimenti alle rovine classiche insieme con le statue di Ciusa, Magritte con la Neshat o l’Abramovič,  i contrasti luminosi dei dipinti del Seicento europeo con quello delle tele Hopperiane, la sacralità di Piero della Francesca con quella di Fontana o Tarkosky, Sebastiano del Piombo con Frida Kalo, le periferie sociali della Goldin con quelle di Pasolini o della Arbus, etc..
Nei suoi lavori preferisce concentrandosi sull’autoritratto e nello specifico sul proprio corpo come canale comunicativo più immediato.
Il mezzo attraverso il quale si esprime la sua poetica è prevalentemente fotografico. Per quanto riguarda le altre modalità: video, tableau vivant, installazione , la scelta è dettata dall’esigenza di “mettere in scena” quella più consona a veicolare il contenuto dell’opera.
ottobre 14, 2012

La Faglia – Recensione di Silvia Mazzucchelli su Doppiozero

La faglia (Il Maestrale, p. 144, euro 16) di Massimo Miro è un romanzo che nasce da un interrogativo e un’illusione: sarebbe stato possibile salvare Aldo Moro? Purtroppo no. E con lui nemmeno il destino di un paese.

È questa la lucida conclusione a cui approda Goffredo Mezzasalma, detto Gomez, protagonista e voce narrante del libro, un adolescente che negli anni Settanta vive in un’immaginaria periferia a Torino – molto simile alla Berlino di Christiane F. – con un gruppo di amici: Jumbo, Sgummo, Novi e Ligure, che si dividono fra risse e piccoli furti.

Gomez è l’unico sopravvissuto. Ora si è trasferito a Milano, è sposato, benestante, ma questa apparente felicità viene turbata dall’irrompere di una telefonata, come nei film dell’orrore. Trent’anni prima Gomez e gli altri – i “Grandiosi” – credono che l’uomo recluso a casa della ragazza di Jumbo sia Aldo Moro e decidono di compiere un gesto clamoroso: liberarlo da quella prigione e dare una sterzata al corso delle loro vite.

Ma tutto va storto. L’unica via di fuga si perde nel degrado e nell’ordinaria miseria del quartiere in cui sono cresciuti: qui non vi è alcun romanzo di formazione, nessun cambiamento.

Ciò che invece resta è il cronotopo della faglia: il crepaccio insidioso che attraversa una strada alla periferia di Torino e l’intervallo temporale che separa due momenti cruciali nella vita del protagonista: il giorno del 1978 in cui Jumbo viene quasi ammazzato, e quello di trentadue anni dopo quando Gomez compie il viaggio di ritorno, per rivedere l’amico risvegliatosi dal coma, in nome di un legame indissolubile, capace come i miti di sopravvivere alla guerra e alla morte.

La scrittura di Massimo Miro è agile e descrive con un tono velato di tristezza l’illusione di potersi salvare, anche se tutto si risolve in un equivoco ingenuo e feroce:

“– Io so dove tengono nascosto questo qua, – disse facendo saltellare la stecca sulla stella a cinque punte delle Brigate Rosse.– Ragazzi, si passa alla storia –”.

L’essenza del libro sta in queste poche righe che riescono a strappare un sorriso, a rendere sopportabile la consapevolezza che certi gesti si possono compiere solo in una precisa stagione della vita, quando si poteva avere “tutto il tempo del mondo” e “la felicità non era ancora una parola vuota”.

L’ultima pagina consegna al lettore l’immagine surreale di Gomez, che lancia un urlo in sella a un vecchio Garelli “elaborato fino all’ultimo nervo d’acciaio”, reliquia meccanica di un tempo e un luogo che non gli appartengono più.

 

Leggi l’articolo originale:

http://www.doppiozero.com/materiali/italic/massimo-miro-la-faglia

settembre 6, 2012

Infinity Passions incontra La Faglia. Intervista a Massimo Miro

1) Facendoti i miei complimenti per il romanzo interessante e originale, sono curiosa di sapere se la scelta di utilizzare il sequestro di Aldo Moro come espediente narrativo, è stato pianificato sin da prima della stesura o se invece si è presentato durante la stessa.

Prima di tutto ti ringrazio dei complimenti, mi fanno molto piacere. La scelta del sequestro Moro è stata un punto di partenza della storia, forse addirittura il punto. Avevo già deciso di ambientare la storia in un non luogo, ovvero, un luogo immaginario che evocasse una zona a nord di Torino, ma che non esistesse nella realtà topografica. Questo per avere più libertà nella narrazione. Allora per compensare la mancanza del luogo fisico ho voluto ambientare i fatti un periodo ben preciso, che tutti noi abbiamo ben definito come luogo del nostro passato, individuale e collettivo. Come se l’anima avesse una geografia, fatta di luoghi in cui ci ritroviamo come eravamo, quasi intatti, come se il tempo non fosse passato, come se fossimo ancora lì, in quei tempi inquietanti, cupi, ma comunque almeno personalmente, incredibilmente affascinanti ed evocativi. Tutti ci ricordiamo cosa stavamo facendo il giorno in cui hanno rapito Aldo Moro, il giorno in cui lo hanno ritrovato in Via Caetani. In una recensione recente del libro, Aldo Novellini ha voluto tentare un paragone, secondo me interessante, tra l’attentato a Kennedy e il sequestro Moro, cogliendo l’analogia tra i due avvenimenti, per quanto riguarda l’impatto emotivo sulla coscienza collettiva.

 

2) Gli anni 70 per chi come me li ha vissuti da adolescente, hanno il fascino e il profumo della giovinezza. Cosa ti ha spinto ad ambientare il romanzo proprio in quel periodo?

Come dicevo prima gli anni ’70 mi hanno sempre affascinato. Non solo perché ha avuto inizio la mia adolescenza, ma perché visti da lontano, guardando vecchie foto o vecchi filmati, leggendo articoli di giornale, mi colpisce sempre l’energia delle folle, lo spirito di rivendicazione, di protesta. La consapevolezza e la paura che il mondo andasse nella direzione sbagliata, verso una società profondamente ingiusta. Purtroppo le cose sono andate proprio così, e non si dice mai abbastanza che i movimenti studenteschi, i movimenti operai, al di là delle forme di lotta, al di là delle modalità con le quali esprimevano il loro dissenso, avevano profondamente ragione. La loro non era semplicemente diffidenza o paura, la loro era analisi lucidissima di come si stava trasformando la società, fino ad arrivare a quella attuale. Tengo però a precisare che il romanzo rimane sempre al di fuori di questi temi sociali. I personaggi rimangono sempre ai margini, perché ho scelto di parlare di ragazzi semplici, disimpegnati. Loro non avevano gli strumenti per capire cosa stava succedendo, a Torino come in molte altre città d’Italia e d’Europa. Loro abitavano in un quartiere operaio, ma disprezzavano chi lavorava duro, genitori compresi. Loro cercavano una scorciatoia per fare soldi, rapinavano, scippavano, rifiutavano il confronto con la società, illudendosi tragicamente di poter fare a meno di quel confronto. E’ un atteggiamento sociale che mi spaventa molto.

Però, allo stesso tempo i miei personaggi cercano di passare alla storia, con un grande atto di eroismo civico che sa di desiderio di riscatto: salvare Aldo Moro dalla sua prigionia.

 

3) La faglia è un romanzo sull’amicizia che legava un gruppo di ragazzi e che sopravvive nel racconto del protagonista, il quale non esita ad abbandonare moglie e figlia per inseguire i suoi ricordi. Che ruolo investono nella tua vita i ricordi e l’amicizia?

Si, in realtà Gomez parte per Torino e ha in mente solo di rivedere il suo amico uscito dal coma dopo tanti anni. Il suo è un viaggio di ritorno, non è una fuga. Che poi anche la fuga, può essere un atto in qualche modo eroico. E’ un modo coraggioso per illuminare un contrasto, che a volte può essere insopportabile, insanabile. E’ una rottura che impone un confronto, e penso che sia meno vile fuggire, che resistere tutta la vita alla tentazione di farlo. I ricordi, nel caso di Gomez e del romanzo hanno una funzione narrativa. Il tempo narrativo si svolge nell’arco di un giorno. L’espediente, il motore della storia è stato quello di mettere a confronto due giorni della vita del protagonista. Uno, al giorno d’oggi, quello dentro al quale si svolgono le azioni, il viaggio verso Torino. L’altro, un tragico giorno del 1978 che aveva per sempre cambiato la sua vita, e quella dei suoi amici. Un giorno, quello del 1978, i quali avvenimenti si scoprono lentamente, procedendo con la lettura. Quello che mi è piaciuto fare, scrivendo la storia, è stato giocare con l’energia di questi giorni così importanti nella storia di Gomez, avvicinandoli, allontanandoli, giocando un po’ come si fa con le calamite e con la loro polarità, sentendo tra le dita la forza di repulsione o di attrazione.

Nella mia vita personale i ricordi hanno un ruolo importante, ovviamente, ma preferisco guardare sempre avanti. Immaginare che ci saranno ricordi che devo ancora vivere.

 
4) Ogni autore trasfonde qualcosa di personale e di autobiografico nelle sue opere e personaggi. Cosa c’è di personale nel tuo romanzo?

Questa domanda me l’aspettavo! Partendo dal presupposto che tutto quello che si scrive, si pensa, si dice, si cucina, si disegna, è in qualche modo autobiografico perché ci appartiene, non c’è niente di personale in quello che ho scritto, niente di vissuto. Nessun personaggio, nessun fatto. Recentemente si parlava proprio di questo al festival Figiurà di Sassari, con Emiliano Longobardi e due autori, Alessandro Stellino e Antonio Bachis. Alla fine non è che siamo venuti a capo di niente, ma sono venute fuori posizioni interessanti. La mia è stata una presa di distanza anche netta del genere autobiografico, almeno nel romanzo, e a meno di piccoli riferimenti non strutturali. Personalmente non sono attratto dai romanzi basati sulle storie vere. Riesco ad immedesimarmi solo se mi immergo nella pura invenzione, e questo vale a maggior ragione per la scrittura. Penso che creare verosimiglianza sia di gran lunga più stimolante che testimoniare, o raccontare la verità.

 

5) Nel romanzo ci sono vari riferimenti musicali più o meno recenti. Dalle note autobiografiche sappiamo che lavori nel campo:

a – Quanto è importante la musica nella tua vita?

Tantissimo. La musica è la mia forma di espressione più istintiva, penso che ognuno di noi ne abbia una. In ogni istante della nostra vita proviamo sensazioni, emozioni, viviamo stati d’animo. La maggior parte di questi momenti li dimentichiamo, o passano inosservati, mentre alcuni di questi sono così forti da imporsi, vogliono prendere corpo, e per corpo intendo dire melodia, parola, colore, dimensione, qualunque sia la forma d’arte. L’atto creativo è sostanzialmente un momento di grande ingenuità, un momento in cui il raziocinio è sospeso, e con esso il limite che l’individuo impone all’espressione.

Il libro ha anche una colonna sonora virtuale, suonata da 28 bands di Torino, comprendendo storiche fornazioni dei centri sociali degli anni ottanta a giovanissimi artisti emergenti. E’ stata una bella esperienza mettere insieme tutto il materiale raccolto. E’ venuto fuori qualcosa al di là della storia. E’ stato come avere piazzato un microfono nel centro di Torino, e averne registrato la voce, i suoni. Si può ascoltare il materiale in streaming sul sito del libro. www.massimomiro.it

 b – Quali gruppi prediligi in particolare?

Musicalmente sono un onnivoro, molto più che per ogni altra forma d’arte. Ascolto dalla musica classica all’ultima garage band indipendente belga. Preferisco la coerenza, penso di riuscire a distinguere se un album è stato scritto e registrato con sincerità e passione. E’ per questo che difficilmente seguo una band o un artista dopo il terzo, quarto album. Penso che tranne pochi sparuti casi eccezionali, non abbiano più niente da dire, che abbiano esaurito l’energia. Percepisco la routine, anche nella lettura dei testi, e questo mi da fastidio.

 6) Tornando alla letteratura quali sono i tuoi autori preferiti e i generi che prediligi?

Sono nato e cresciuto con Jules Verne e Emilio Salgari. Da adolescente ho letto molta poesia, per passare ben presto a Camus, Kafka. Poi sono stato rapito dalla letteratura argentina. Borges, ma soprattutto Cortàzar, un vero genio della scrittura. Un talento inimitabile. Per quanto riguarda la letteratura contemporanea, i nomi degli autori sono tantissimi, e di questi molti gli italiani, grazie ad una attenzione particolare, purtroppo tardiva e temo passeggera, per gli autori esordienti.

Quando leggo un libro mi piace pensare che questo non appartenga a nessun genere, che non abbia nessun vincolo di canone o di forma. Che non abbia limiti per sorprendermi, che possa usare tutti quegli strumenti, espedienti, strutture, che la letteratura di genere in qualche modo contiene sempre.

 

7) L’ultima ormai celeberrima domanda: 5 libri e dischi che porteresti con te su un’isola deserta.

Libri:

Storie di cronopios e di fama – Julio Cortàzar

Saltatempo – Stefano Benni

In culo al mondo – Lobo Antunes

Un giorno di fuoco – Beppe Fenoglio

Il Milione – Marco Polo

Dischi:

Unknown Pleasures – Joy Division

An Unforgettable fire – U2

OK Computer – Radiohead

The White Album – The Beatles

Camera a sud – Vinicio Capossela

Sandinista – The Clash

At Last – Etta James

Three imaginary boys – The Cure

Sushi & Coca – Marta sui tubi

 Ah… scusa. Avevi detto solo 5 vero? Ormai li ho messi in valigia….

 

 Ringraziandoti per cortesia dimostrata ti rinnovo gli auguri per il romanzo e ti saluto insieme ai miei lettori.

 Grazie a te per lo spazio che mi hai dedicato. Un saluto a te e a tutti i tuoi lettori. Buona vita!

 

link all’articolo:

http://infinitypassions.myblog.it/archive/2012/09/05/la-faglia-massimo-miro.html

agosto 8, 2012

‘La Faglia – Recensione di Davide Lorusso su www.torinolibri.it

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Borgo Stura è una zona di Torino che non esiste, così come non esiste nessuna via Rododendri -più semplicemente via Rodro-, anche se nel libro di Massimo Miro (scrittore milanese che vive a Torino, finalista nel 2001 al premio Italo Calvino) viene geograficamente indicato come un territorio confinante “a ovest con le Vallette, a nord con Falchera, a sud con Barriera di Milano”.
Non esiste ma è uguale a tante zone della periferia torinese, dove le case popolari la fanno da padrone, dove i ragazzi vivono in situazioni sempre al limite con l’illegalità, spesso sconfinando in quella zona scura. In cui il “gruppo”, il senso di appartenenza, viene vissuto come un legame davvero indistruttibile. Anche in questo caso è così, Goffredo Mezzasalma, detto Gomez, è cresciuto in questa zona, in questa situazione, passando le giornate tra il biliardo con gli amici, gli scippi e i furti per sentrisi vivi, per far vedere che in quel territorio sono loro a comandare, non i “cremini” e i “babbascioni”.
Ora Goffredo è un uomo arrivato, vive a Milano, ha una bella casa, una macchina di grossa cilindrata, una moglie e una figlia stupende. È scappato tanti anni fa da quella vita, ha cercato di rifarsene una, dimenticando tutto quello che è stato.
Ma in realtà non ci è mai riuscito, la sua esistenza è come se si fosse fermata un giorno nel lontano 1978, in quei giorni resi celebri dal rapimento e dal delitto di Aldo Moro. È proprio quello l’episodio che ha scatenato la voglia di scappare.
Ha cercato di voltare, ma ora 32 anni dopo, il passato torna prepotentemente a galla con il risveglio dal coma del suo migliore amico, Jumbo, che come prima cosa chiede di vederlo e di poter parlare con lui.
Il viaggio in macchina verso Torino è un lungo flashback in cui Goffredo ripensa attimo dopo attimo a quei giorni, a quel che è successo. Al fatto che con i suoi amici, ora tutti morti, avevano pensato di poter salvare Moro dal covo delle brigate rosse e portarlo in salvo. Tranne poi capire che era stato tutto un abbaglio, che non era Aldo Moro quello che avevano pensato di aver liberato.
Gomez si trova davanti alla sua faglia, proprio come quella che separa da sempre via Rodro e che mai nessuno ha messo a posto. Quel taglio profondo nella vita di Goffredo che non ha mai affrontato.
Mentre ora che ci si trova davanti deve saltarla, proprio come da ragazzino con il motorino affrontava la faglia di Borgo Stura, alle volte riusciva a superarla indenne mentre altre si trovava con la faccia per terra, ma è l’unico modo che ha per riprendere possesso della sua vita, per ritrovare ciò che è stato.
Il libro di Miro è bello, inteso e di facile scorrimento. Sul sito internet dedicato (http://massimomiro.wix.com/lafaglia) è possibile anche ascoltare la colonna sonora, una vera e propria aggiunta al libro, in cui gruppi torinesi (tra cui Statuto, Motel Connection, Linea 77, Gigi Restagno, gli Onu44 -gruppo in cui suona lo stesso scrittore- e altri) hanno voluto lasciare il proprio segno. E’ anche possibile ascoltare audioletture del libro.

giugno 22, 2012

La Faglia – recensione di Federico Bona

Non esistono molti libri – né molti autori – capaci di passare con facilità dal registro comico a quello drammatico, ma questo è uno di quelli. Magari non lo fa in tutte le occasioni con il dovuto controllo – si tratta pur sempre di un romanzo d’esordio – ma è indubbio che Miro possieda questo raro talento, che mette al servizio di un romanzo che potrebbe essere definito di formazione, o di antiformazione, ma che ha qualcosa anche del picaresco. Il nucleo della storia si svolge a fine anni Settanta e vede protagonisti cinque amici della periferia di Torino, uniti da qualche piccolo furtarello, dalla scoperta dei primi amori e dall’orgoglio di gruppo tipico dell’adolescenza e dei quartieri disagiati, innaffiato da scorribande pseudo-eroiche e motorini truccati. È su questa base che Miro costruisce in flashback una mitologia sgangherata, raccontata con un linguaggio che non sta fermo un attimo e che – a parte forse un’esitazione iniziale nell’innescarsi, come per eccesso d’introduzione – ti scorta di corsa in mezzo alle avventure del gruppo, gonfiandosi di iperboli fantasiose e spiazzanti, di metafore mai iperletterarie, anche quando in mezzo a un immaginario generalmente basso spunta qualche immagine lirica. L’episodio chiave è il momento in cui la banda crede di aver scoperto il covo dove viene tenuto prigioniero Aldo Moro e decide di liberarlo, in un’avventura che mescola alla perfezione tragico e grottesco. Il bello è che non si tratta semplicemente di un episodio gustoso, ma anche di quello in cui tutti i destini individuali trovano il loro senso, magari anche a distanza di tempo, aggiungendo il fatalismo ai toni di nostalgia e tenerezza per una stagione della vita indimenticabile, e a quelli di amarezza per averla tradita, come probabilmente quasi tutti gli adulti. Insomma, si ride e si riflette. Non sarà un capolavoro, ma una gran bella storia sì.

http://www.cartolinedamacondo.it/la-faglia.html#more-562

Federico Bona Quarantatré anni ha iniziato a fare il giornalista occupandosi di libri. Poi è passato alla tecnologia e quindi ai viaggi. Ora è tornato al suo primo amore. Consiglia un libro alla settimana su Radio Fiume Ticino e cura la rubrica e-book sul mensile Jack.

maggio 25, 2012

La Faglia. Recensione di Aldo Novellini su Il Giornale dei Lavoratori.

La tragica fine di Aldo Moro cambiò per sempre i connotati della vita politica italiana

di Aldo Novellini – 23/05/2012

Fu il nostro 11 settembre o, più esattamente, la Dallas nostrana, nel senso dell’assassinio di Kennedy e non della famosa telenovela, perché la tragica fine di Aldo Moro cambiò per sempre i connotati della vita politica italiana. Si può dire che tutti quelli che hanno superato i quarantacinque anni sanno dire, con esattezza, cosa stavano facendo quel giorno, quando in via Fani accadde l’inimmaginabile.

Anche Massimo Miro, giovane scrittore torinese, ricorda quella tragedia e ce ne parla, in sottofondo, attraverso un racconto “La Faglia” (edizioni Il Maestrale) in cui, sul filo dell’immaginario, il leader democristiano viene, per così dire, inserito nell’esistenza di cinque ragazzi della periferia di Torino, di fine anni Settanta, alle prese con le speranze e i disagi che, in ogni epoca, caratterizzano l’adolescenza.
In quella primavera del 1978 nella quale l’Italia si trovò col fiato sospeso per le sorti di Moro e per le istituzioni democratiche, i cinque protagonisti del romanzo hanno tra i 16 e i 18 anni e sono ragazzi totalmente avulsi da quanto accade nel Paese. Estranei non soltanto alla politica ma a qualsiasi aspetto della società che vada al di là della loro quotidiana esperienza in una borgata metropolitana. Quando però, per caso, uno dei giovani nota su un giornale la foto di Moro prigioniero crede, come per una folgorazione, di riconoscere nello statista Dc un uomo anziano intravisto di sfuggita in casa della donna con cui ha avuto una relazione. Uscendo dall’appartamento ha infatti visto, per un attimo da un porta semichiusa, un vecchio steso su un letto. Non c’è dubbio l’uomo sul giornale, cercato in mezza Italia, è proprio quello chiuso in quella stanza.
Anche gli amici se ne convincono e nel gruppo scatta allora l’idea di liberare il prigioniero e consegnarlo alla polizia. Un’azione che aprirebbe a questi ragazzi di borgata le porte della notorietà facendoli assurgere, per una volta almeno, a stimati cittadini. Proprio ciò che nella vita di tutti i giorni, consumata tra i casermoni di una vuota periferia non sono mai riusciti ad essere.

Il romanzo punta sul flashback. Il principale protagonista ricorda la grottesca vicenda avvenuta tre decenni prima. Del gruppo dei cinque amici, egli è l’unico che è riuscito a costruirsi un’esistenza normale, avendo sposato la figlia di un industriale ed essendosi trasferito a Milano per lavorare nella ditta del suocero. La trama del racconto si snoda dunque sul filo della memoria mentre questi torna, per qualche giorno, a Torino per rivedere, dopo molti anni, uno dei suoi amici, con cui è tornato in contatto.
Miro riesce a narrare la vicenda con notevole ironia, con toni spumeggianti e con scene spesso giocate sul filo del paradosso. E in sottofondo vediamo aprirsi degli squarci di grande umanità, a tratti persino commoventi, nelle vite dei giovani protagonisti, vittime certamente dei loro limiti ma, a ben vedere, anche delle storture della nostra società che gravano sempre sugli anelli più deboli.

Proprio su coloro che più degli altri avrebbero bisogno di esser aiutati a superare disagio ed emarginazione.

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