Posts tagged ‘massimo miro’

settembre 13, 2017

Polesine. La nostra Amazzonia in cortile

IMG_20170913_085242.jpg

Non lo so nemmeno io, perché ultimamente mi sono appassionato così tanto alle terre del Delta del Po.

Io che sono sardo e per noi sardi acqua e terra sono due componenti ben definiti da adorare e temere in misure ben certe e contrapposte. Ma io sono sempre stato attratto da tutto ciò che è sospeso nel tempo, a tutto ciò che oppone resistenza al cambiamento. A tutto ciò che è immobile, ed è. Esiste. A dispetto della modernità, delle cose che cambiano. Una silenziosa opposizione alla truffa.

Viviamo in città sempre più caotiche, frammentate da nuove geografie funzionali che le isolano dall’esterno. I centri sono entità a parte, hanno una loro identità specifica, mentre le periferie sono tutte uguali. Queste nuove geografie funzionali (per non chiamarle cicatrici) sono descrivibili solo per la funzione che svolgono, che quasi mai è quella di piacere, ma solo di trasportare, collegare, realizzare spine, passanti, tunnel metropolitani, oppure per ricucire ferite del passato, perpetrando però gli stessi errori, come ricalcare vecchi tracciati ferroviari, il tutto chiamato con nomi leggiadri ma fuorvianti, troppo belli per ciò che rappresentano. Sono proprio questi, quelli che l’antropologo francese Marc Augé chiama “non luoghi”.

Il Polesine è certamente (diventato) l’archetipo dei non-luoghi italiani; una vasta depressione tra due grandi corsi d’acqua, avvolta da una nebbia chimica quasi eterna, sotto al livello del mare. Un territorio dai confini variabili a piacimento della natura.

Il Polesine è un posto dove da sempre è difficile vivere. E famoso per le alluvioni, per essere sempre stata terra di emigrazione, come un Sud incastonato nel nostro profondo e industrializzato Nord. Un luogo deve avere tre caratteristiche essenziali: essere identitario – in grado quindi di individuare l’identità di chi lo abita – essere relazionale – stabilendo una reciprocità dei rapporti tra gli individui funzionale ad una comune appartenenza – essere storico – mantenendo la consapevolezza delle proprie radici in chi lo abita. Il Polesine non è niente di tutto ciò.

Due libri hanno soddisfatto la mia fame di immersione in quei luoghi attraverso le parole, in attesa di poterci andare di persona, spero presto: “Anime galleggianti”, (La nave di Teseo) di Vasco Brondi e Maurizio Zamboni. Vasco Brondi è autore e cantante de Le luci della centrale elettrica, a mio avviso il progetto più interessante della scena musicale dell’ultimo decennio, e “Confessioni audaci di un ballerino di liscio”, (Baldini&Castoldi) di Paola Cereda, una delle autrici più talentuose del nuovo panorama della letteratura italiana. Con entrambi ero già in contatto diretto, perché loro sono due dei miei artisti preferiti, con le loro opere sanno sempre come arrivare a me, cosa raccontare, con quali ritmi. Li avevo già seguiti nei loro viaggi di città, di periferia, di bassa padana, di Sud Italia e li avevo amati, sempre. Stavolta è come se si fossero messi d’accordo per portarmi in quella terra affascinante, senza nemmeno conoscersi tra di loro anche se vorrei che lo fosse, per raccontarmi cos’è la vita lì, di cosa è fatta.

Anime galleggianti è un viaggio a bordo di una zattera a motore, la discesa di un canale preso da una strada provinciale, come una porta di un universo parallelo. Da lì inizia un viaggio fino ad arrivare al mare, approdo finale. Ci vorranno due giorni di viaggio,” come andare in Australia o alle Hawaii”. E’ un viaggio tra Pescatori di frodo che appaiono all’improvviso tra le fronde, e alla vista di altri esseri umani ritraggono in fretta e furia i loro galleggianti. Stanno in postazioni ritagliate nella fitta vegetazione, attrezzate con ombrelloni e una sedia di plastica che sembrano troni aborigeni.

Ore di navigazione con gli aironi che ogni tanto condividono la strada dal cielo, la vegetazione fittissima ai lati, senza incontrare niente e nessuno, poi sfiorare il mondo civilizzato di una strada statale, vista da una prospettiva diversa, a pelo d’acqua, qualche ponte in ferro, che chissà l’ultima volta che qualcuno lo ha attraversato.

Luoghi ai margini del mondo in cui ascoltare le proprie solitudini e le proprie fantasticherie, in contemplazione dei silenzi d’acqua. Il Polesine, la nostra Amazzonia in cortile, popolata da anime sospese nel tempo, personaggi leggendari che sfidano l’inospitalità di quei luoghi fino a vincere il braccio di ferro tra resistere e desistere, stabilirsi in baracche, case, ville, roulotte, impiantare attività, impadronirsi di spazi altrimenti di nessuno, diventare alieni nel centro esatto dell’Europa, tra un Est e un Ovest mai così vicini, in nessun altro luogo.

Uno di questi luoghi, non troppo in lontananza, potrebbe essere Bottecchio sul Po, e quella casupola in mezzo al nulla il Sorriso Dancing Club, gestito da Frank Saponara, ballerino di liscio, fedele alla tradizione e impermeabile alle novità, ma anche uomo incapace di amare una donna fino alle estreme conseguenze di una vita condivisa.

Confessioni audaci di un ballerino di liscio è una storia di bilanci, di rimpianti non ammessi. “C’è da amarla questa baldracca della vita” perché ha le virtù di ogni donna che Frank ha amato. “Ci sono persone che attraversano la nostra esistenza con lo scopo di lasciare un segno”.

Alla festa dei cinquant’anni del Sorriso quelle persone ci sono tutte, una via di mezzo tra un amarcord e un giudizio universale. Scorrono come un fiume davanti ad un Frank immobile, nel suo tempo andato. Personaggi sopra le righe, eccessivi, eccentrici, o semplici fino al midollo. Una kermesse di umanità che credevamo scomparsa nel tempo, insieme alle balere con le luci stroboscopiche, i gin tonic, il ghiaccio secco, e i cravattoni.

Ma c’è qualcosa di profondo, che rende tanto autentico il personaggio di Frank e i suoi luoghi. Il fiume che scorre, l’immagine degli argini che non cedono malgrado le piene, malgrado tutto ciò che il fiume raccoglie nella sua corsa verso il mare attraversando centinaia di chilometri di terre lanciate senza freni nella modernità. «La notte mi consolai con quattro gin tonic e un classico del liscio, illudendomi di poter bastare a me stesso. Dopotutto le persone finiscono per assomigliare ai luoghi dove vivono, provavo a convincermi, e io dovevo al fiume il mio perpetuo scorrere.»

Confessioni audaci di un ballerino di liscio è prima di tutto una storia scritta divinamente bene, tanto che in alcuni momenti ti sembra di sentire la musica dell’orchestra, i profumi alcolici dell’acqua di colonia delle signore, mischiati alla polvere della pista da ballo e al sudore. All’odore stantio del fondo dei vermouth nei bicchieri.

Una avvertenza per chi vorrà addentrarsi in queste terre parallele e misteriose, tra realtà fotografica e letteratura di altissimo livello.

Il rischio è quello di rimanerci incastrati dentro. Per sempre.

 

MMP

 

 

 

 

Annunci
giugno 23, 2016

Italie-Irlande : à la tienne, Roddy Doyle !

 

Stadio di Lille, 23/06/2016 – Italy Vs. Ireland.

E’ che l’Italia non ci è abituata a certe situazioni, dai diciamocelo chiaro fin da subito. Presentarsi all’ultima partita con la qualificazione già in tasca, da primi del girone. Ma quando mai si è visto. Noi italiani ci troviamo a disagio nel ruolo di secchioni, primi della classe. Senza nemmeno un complotto dei poteri forti, solo una passeggiata di salute e quella triste, teutonica classifica a punteggio pieno.

Parte l’inno italiano. I tifosi irlandesi si alzano in piedi e iniziano a cantare, inventandosi le parole come facciamo noi con le canzoni degli U2 o dei Cranberries. E’ un momento molto bello, un gesto privo di retorica che subito, noi italici, fatichiamo a decodificare, ci spiazza. Ma perché cristo perché?

L’Europeo potrebbe finire qui, non c’è nulla da aggiungere. In certi momenti pare che alcuni tifosi della marea verde azzecchino più parole giuste del nostro capitano Bonucci.

Signore e signori, inizia Italia-Irlanda, il derby di Ellis Island, New York.

Per la prima mezz’ora, Antonio Conte ripete instancabilmente uno-due, uno-due, mimando con le mani un macellaio che taglia una bistecca, o uno alle prime armi che fa massaggi shatzu. I nostri giocatori non lo capiscono. Barzagli e De Sciglio si guardano cercando conforto uno nello sguardo dell’altro. Intanto gli irlandesi si vede che hanno più motivazioni di vincerla sta partita. A noi italiani non va giù sta smania di finire a punteggio pieno il girone. E cos’è? Cosa ci si guadagna? Vada per la fatica di capire le regole della classifica avulsa, ma a capire sta cosa del prestigio proprio non ci arriveremo mai.

Gli irlandesi corrono e picchiano. Alcuni, a dire il vero pare abbiano delle caldaiette al posto dei piedi, fanno dei controlli del pallone da brivido. Però il calcio dice che a volte le motivazioni valgono più delle qualità tecniche in campo. Ed è per questo che noi italiani non si tocca palla.

Gli spalti sono pienissimi.La marea azzurra, tanto invocata dalla Federazione Italiana Giuoco del Calcio non c’è stata. Qualche macchia azzurrina, celeste, ciano, bluette, sparsa qua e là e niente di più. Forse siamo poco più su dei numeri della statistica. Forse quelli con la maglia azzurra sono dei ciprioti che casualmente indossano una maglia azzurra.

Quando i nostri tifosi sono stati raggiunti dall’appello erano ormai partiti da casa. Erano già in roaming internazionale. Addosso, e nel bagaglio a mano, avevano solo polo Lacoste o Ralph Laureen dalla tinta tenue, tipo pesca, ciclamino o giallo senape.

Tra gli spettatori passano degli addetti dello stadio, selezionano quelli vestiti di azzurro, li raggruppano sulle gradinate e li fanno passare al maxischermo per par condicio cromatica. Qui a Euro 2016 la parola d’ordine è pari opportunità. Ho visto con i miei occhi uno che si ritrovava sul maxi schermo con la maglia di Schillaci che si copriva il volto. – Figura di merda – diceva il suo labiale, mentre si teneva la testa tra le mani.

Inizia il secondo tempo e la musica non cambia. Irlandesi assatanati, italiani timidi.

Vista la schiacciante predominanza del verde irlandese sugli spalti, gli addetti della Federazione passano distribuendo magliette azzurre, costringono i tifosi ad indossarle, anche quelli che protestano perché sono di tessuti acrilici e fanno le scintille. Altri perché gli si spiegazzano tutte le polo.

Antonio Conte, promotore dell’iniziativa “operazione #marea azzurra”, fa chiedere alla regia di Sky se si possono anche solo ritoccare le immagini televisive con dei filtri tipo Paintbrush e fornire al paese a casa tutta un’altra immagine di compattezza.

Mi viene in mente tutta una bella cosa da scrivere sulle affinità e sulle diversità tra italiani e irlandesi per commentare uno zero a zero finale, ma ad un certo punto, a qualche minuto dalla fine l’Irlanda segna, e lo stadio esplode. A vedere tutti i suoi tifosi in lacrime per la gioia mi prende un groppo in gola.

L’Irlanda passa il turno grazie ad una serata eroica, indimenticabile.

Noi si passa primi di girone non per merito, ma per una tanto pusillanime quanto confortante differenza reti.

Tutto torna.

Mi apro una birra.

Alla salute, Roddy Doyle!

Massimo Miro

maggio 10, 2016

Borgo Stura in scena

artemuda_artemuda

A quattro (4!) anni di distanza dall’uscita del romanzo, Borgo Stura è ancora viva grazie alla compagnia Artemuda e al talento dei suoi attori.

Sabato 14 maggio 2016, ore 21 – TORINO – Spazio ArTeMuDa
Via Drusacco 6
Ingresso libero con tessera ARCI

Lettura teatralizzata tratta dal romanzo “La faglia” di Massimo Miro (ed. Il Maestrale)
Con: Igor Casella, Fabio Liberatore, Roberto Micali, Renato Sibille, Patrizia Spadaro.

Evento organizzato in collaborazione con l’Associazione di Volontariato Aporti Aperte e l’Agenzia Formativa Forcoop. La serata sarà dedicata alla raccolta di fondi destinati al Fondo di Solidarietà dedicato ai ragazzi ospiti dell’Istituto Penitenziario Minorile Ferrante Aporti. Oltre alla lettura di alcuni estratti dal libro di Massimo Miro saranno esposte al pubblico fotografie e opere in ceramica realizzate nei laboratori dei Corsi Professionali gestiti dall’Ati Forcoop Agenzia Formativa, Fondazione Casa di Carità, Arti e Mestireri Onlus e E.N.Gi.M. Piemonte, presso l’IPM Ferrante Aporti.

L’evento è inserito nel ciclo di eventi Geografie della scena.

L’Associazione ArTeMuDa aderisce alla campagna “Illuminiamo il futuro” organizzata da Save the Cihildren, realizzando il reading de “La faglia” durante la settimana di mobilitazione “7 Giorni per il Futuro”.

 

http://www.artemuda.it/

 

maggio 11, 2015

Di S orD er – prodromi di scrittura

beatiful minds

Non è stato facile concepire un altro mondo dopo Borgo Stura. Tutto mi riportava lì, come se l’immaginario seguisse solchi profondi, tanto è ancora vibrante e forte, sollecitato e autonomo, il riverbero di quella storia fuori dalle pagine. Sono stati tre anni di letture e riflessioni. Soprattutto riflessioni intorno al ruolo del romanzo nella letteratura contemporanea, e più in generale nella contemporaneità. A chi importano ancora le storie? O meglio: a chi importa leggerle se io le scrivo?

Se è vero che l’artista affida al gesto creativo la sua intima visione del mondo, è vero, che egli dipinge sempre lo stesso quadro, compone sempre la stessa canzone, scrive sempre la stessa storia.

Se questo è vero allora tutto è replica, serigrafia, ostinata perlustrazione di substrati sempre meno densi che costringono l’edificazione di strutture e contenitori per sorreggere e contenere materiali senza consistenza, che diversamente non avrebbero forma indipendente quindi bellezza.

Odio quando la tecnica diventa solo uno strumento per dissimulare la serialità. Quando le parole, le immagini, i suoni, le armonie sembrano scritte per consolarci, mentre ci viene nascosto che stiamo assistendo al risultato di un ciclo di produzione. Scrivere, leggere. Comporre, ascoltare. Disegnare, guardare.

Allora ho voluto sottrarmi all’idea di provocare quella sensazione agli altri, la sensazione che io stia per dire la stessa cosa che avevo già detto, ma in un modo diverso, o ricomponendo la stessa voce, lo stesso io narrante, anche affidandogli cose diverse da dire e fare, ma con la stessa tonalità e cadenza. Non avevo nessun contratto che mi ingiungesse a farlo, ed ero pronto a non farlo più.

Per tornare in qualche modo ad uno stato primordiale, completare il processo in senso inverso e ritrovare la materia originaria, senza segni di plasmatura pregressa, ho dovuto lasciare passare un periodo di tempo diciamo refrattario, creando uno spazio di decantazione.

Ho pensato alla visione di letteratura che ci hanno lasciato in piccole tracce alcuni immensi autori.

Wallace Foster David, quando conclude uno dei suoi ultimi racconti con questa perentoria frase: “Non una parola di più”. Come se dopo ogni finale di storia vi fosse il nulla? Come se la storia finisse lì, e non ci fosse altro modo per raccontarla? Come se ogni parola in più fosse una ripetizione, quindi di troppo? Una lezione di onestà? Una dichiarazione di resa?

A proposito di lezioni, Italo Calvino, nel suo Lezioni americane, quando dice che “La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione”.

L’ambizione più grande per uno scrittore, per Flaubert era quella di riuscire a scrivere un romanzo sul nulla. Per altri autori come Borges, Goethe, e soprattutto Perèc, l’ossessione si concentrava sulla rappresentazione del modello dell’universo in ogni suo codice finito o indefinito, nella sua “indistricabile complessità”. Ma esiste un modello di universo, e se esiste, è riproducibile? E’ conciliabile con le misure della letteratura? O esso ci riporta al punto di partenza perché di fronte ai limiti dell’intelletto ci impone comunque la stessa approssimazione che applichiamo nella vita reale, ogni giorno. Facendo finta di credere cioè, che ogni cosa abbia un inizio ed una fine. Che ogni cosa immaginabile punti verso un infinito ignoto o torni ad un punto di partenza.

Imbattersi in questa ambiziosa ricerca, non è quindi destinarsi fatalmente all’incompiuto, all’indecifrabile?

Ed è con queste gigantesche domande sospese, che dopo tre anni di silenzio, sguardi nel vuoto, sobbalzi emotivi, apatia, appunti lasciati ovunque, ho iniziato a scrivere Disorder, nel suo nucleo germinale, senza partire né dai personaggi, nè dai luoghi, né addirittura dalla trama.

Quanto vale, in termini assoluti, la vita per come la viviamo, rispetto alla percezione che gli altri hanno di noi? Abbiamo il controllo sulla nostra vita? E se un giorno, per caso, giocando pericolosamente con queste riflessioni e con esperimenti che coinvolgono il tempo, scoprissimo che la nostra vita, con la sua galassia di eventi grandi e piccoli, non è semplicemente un succedersi di eventi governato da un flusso caotico e imprevedibile, ma il verificarsi puntuale di un disegno?

Venire a conoscenza di quel prezioso codice, avvicinarsi al divenire senza nominarlo mai, affiancarlo, superarlo, comprenderlo. Tenerlo in pugno.

Che i nostri pensieri, le nostre emozioni, non costituiscano in qualche modo materia, non è in fondo, ancora oggi, una teoria inspiegabile?

E’ un viaggio entusiasmante. Spero di portarvi presto con me.

MM

Torino, maggio 2015

dicembre 7, 2013

Voci e parole. Processi inversi

7/12/2013 – Altri Sguardi – 

Dicono che le storie prendano vita quando da manoscritti, o da semplici idee diventano libri. Se questo è vero, allora la storia della faglia è nata una seconda volta, perchè è tornata alla voce, cioè la forma con la quale mi era apparsa guidando l’auto, reggendomi in curva su un pullman, ascoltando il silenzio della notte. Allora non feci altro che trascrivere quella voce su fogli di fortuna, niente di più, e mettere insieme tutto in forma di parole, punteggiatura. La voce è una forma viva, pulsante.

In questo strabiliante processo inverso, Renato Camoletto, Roberto Micali, Renato Sibille, Igor Casella e Fabio Liberatore, danno la parola agli spazi, alle virgole, agli a capo. Danno il silenzio, l’espressione, il movimento, alle parole. Stasera è stato un onore, ancora una volta.

Grazie Artemuda.

MM

artemuda_artemuda_

dicembre 2, 2013

La Faglia in tournèe

 

Tre dei cinque attori di Artemuda all’arrivo al Castello di Rivoli. Temperatura acqua al limite del rosso, freni ok, pressione gomma ant sx scesa a 1,1 atm. Nella foto, il Cassone prudentemente ricoperto di una pellicola verde per _cassone2evitare i posti di blocco della pula. E’ stato un grande sacrificio per Sgummo partire per la tournèe senza il Garelli (il leopardato è su tutte le foto segnaletiche), e sedersi nei sedili posteriori di un automobile come un passeggero qualunque.

Grazie anche per questo.

MM

dicembre 2, 2013

La faglia di Borgo Stura. E’ viva e contemporanea – 1/12/2013

1/12/2013, Castello di Rivoli, Museo di Arte Contemporanea.

Grazie ad ArTeMuDa, agli attori che con le voci hanno messo in scena gli spazi bianchi . Che con i loro silenzi hanno messo in scena le parole.   _artemuda5

Grazie al collettivo FMPQ Il futuro del mondo passa da qui. Per aver condiviso lo sguardo su quell’angolo di città.

Alla Mostra Marinella Senatore, Building Communities per avere ospitato la carovana chiassosa e rissosa di PeriFerite.

Love and peace.

MM

novembre 28, 2013

1-12-13 La faglia al Museo di Arte Contemporanea di Rivoli

2PERiferite_RIVOLI 1-12PeriFERITE domenica 1/12/2013 ore 16 @variatons

Un intreccio di eventi nella manica lunga del Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli.

Il collettivo FMPQ (osservatorio permanente) e lo scrittore Massimo Miro si incontreranno nuovamente all’interno della mostra “Marinella Senatore. Costruire comunità”. Dopo l’evento straordinario di PARATISSIMA 2012 al MOI erano ancora tante le cose da dire, scrivere, ascoltare, guardare.

Letture, discussioni e esempi di laboratori di scrittura “attiva” partendo dal progetto crossmedia “Il futuro del mondo passa da qui” (Scritturapura Casa editrice) e dal lavoro di interpretazione della compagnia Artemuda sul romanzo di Massimo Miro “La faglia” (ed. Il Maestrale), con gli attori Renato Camoletto, Fabio Liberatore, Roberto Micali e Renato Sibille.

Il programma di dicembre è disponibile sul sito del Museo. http://www.castellodirivoli.org/mostra/marinella-senatore-costruire-comunita/

La mostra Marinella Senatore. Costruire comunità è co-finanziata dagli Amici Sostenitori del Castello di Rivoli. Con il patrocinio di Film Commission Torino Piemonte, Media Partners La Stampa, Rai Radio 3

ottobre 26, 2013

Massimo Miro incontra Sandro Bonvissuto. DENTRO (ed. Einaudi) alla Trebisonda. 9/11/2013 h 18

dentro_9-11-3Chi mi conosce sa che non presento libri frequentemente, pur avendo tanti amici scrittori. L’ho fatto in passato solo per autori o libri davvero speciali, e questa volta lo farò per tutte e due le cose. Non solo perché considero DENTRO (ed. Einaudi), di Sandro Bonvissuto, l’esordio più fulminante degli ultimi anni, ma perché non vedo l’ora di chiedergli alcune cose. Dentro, non è solo un libro dalla scrittura fantastica, ma anche, e forse soprattutto, uno spazio che mancava, nella letteratura italiana. Mancava perché pochi, come Bonvissuto sono capaci di nasconderci l’atto meccanico della scrittura, e di farci credere che quello che leggiamo siano direttamente i pensieri dei suoi personaggi, senza la mediazione dell’autore.
9 novembre 2013, ore 18, alla Trebisonda. La libreria Indipendente di San Salvario. Via Sant’Anselmo 22. Torino.

http://www.trebisondalibri.com

luglio 11, 2013

31 anni fa: Italia-Germania 3 a 1. Da un racconto (ancora?) inedito di Massimo Miro

sciuddaghe-def Era l’undici di luglio dell’ottantadue, e io passavo i miei ultimi momenti felici, di astronauta nudo che galleggiava sgravitato nel denso iperspazio di zuccheri e proteine, aggrappato ad un magico cordone ombelicale che mi teneva su di giri ventiquattr’ore su ventiquattro.

Io non lo sapevo, ma sarei dovuto nascere in Agosto, il giorno di Santa Elena, così aveva pronosticato il dottor Maccioni tabelle americane alla mano. Forse fu per questo che mia madre non si fece tanti problemi, e partì da casa con la sua gerbi truccata dipinta fresca di azzurro, per raggiungere mio padre e gli altri giù al bar della signora Lucia e tifare Italia olè olè.

Davanti al telefunken palsupercolor c’era tutta Pedras al completo, turisti compresi, e quella sera le ichnusa andavano giù che era un piacere. Successe che ad un certo punto, proprio durante gli inni nazionali, il segnale di raiuno andò a farsi fottere, e la faccia di Pertini con la pipa prese a sdoppiarsi, poi a deformarsi a forma di zeta, poi a forma di esse, mentre invece i giocatori che palleggiavano con la tuta a bordo campo, sembravano avere tutti la scoliosi.

Il pubblico che occupava ogni ordine di posto iniziò a urlare buuuu e a tirare lattine vuote di coca verso lo schermo bombato che faceva bzzz bzzz, mentre disperatamente la signora Lucia armeggiava di manopole, facendo comparire a sintonia perfetta la replica del tenente sheridan che davano sull’altro canale, e solamente lampi di Bernabeu e colpi di tosse di nando martellini.

Forse fu in quel momento lì, che iniziarono a girarmi le cosiddette, e allora per il nervoso iniziai a buttarmi a destra e a sinistra, appeso al cordone come tarzan, fin quando non chiamarono ‘Ntoniccu, lo specialista della banda UHF che con il suo baffo comprato alla fiera di Sant’Efisio ti acchiappava un onda con qualsiasi condizione di maestrale. Olè. Al fischio d’inizio l’immagine era perfetta. Gli azzurri azzurri, i panzer bianchi bianchi, e il campo verde verde. Applauso generale e stendinovèscio per ‘Ntoniccu.

La chiave di svolta della finale dei campionati del mondo, nonché della mia nascita medesima, fu quando Antonio Cabrini detto il bello sbagliò il rigore che c’era ancora luce, e io devo aver dato un gran pugno sul muro e pure un calcione, perchè mia madre, fu proprio in quel momento, secondo la leggenda, che iniziò a sentirsi strana. Ma mia madre aveva poco più di diciotto anni, all’epoca, meno di quanti ne ho io adesso, e cosa volevate che ne sapesse di contrazioni e perdite di acque.

Quando finalmente si decise a confidarsi con la sua amica Maddalena Zedda, era già il secondo tempo, e la palla stava volando verso il centro dell’area, dove Pablito da lì a qualche istante avrebbe inzuccato di gran culo il gol del vantaggio. Fu l’apoteosi.

Segnammo ancora due volte, ma mia madre, che non voleva mettere troppo in agitazione babbo, non aveva ancora avuto il coraggio di confidarsi con Maria la figlia del carabiniere di Pedras, visto che da Maddalena Zedda era già stata liquidata con un frettoloso: ma proprio adesso che vinciamo?

L’esercito germanico era stato annientato. Eppure, due ore prima, solamente a sentire quei nomi ci veniva la tremarella: càlz, rummenìg, brèitner, scitìliche. Guardali lì adesso, a testa bassa e svogliati come mucche, mentre noi italici, popolo di scansafatiche traditori, li stavamo irretendo con i passaggetti bastardi a zoff, le cadute con le caviglie doloranti per finta e le sostituzioni che non servivano ad un cazzo se non a perdere tempo.

Il fischio finale fu una liberazione per tutti, e l’accenno di ola da parte di sandro pertini fu l’ultima immagine che mia madre si ricorda di aver visto, tanto che, sempre secondo la leggenda, io fui tra i primi a prendere alla lettera il presidente, alzandomi in piedi di colpo e stendendo mia madre a gambe all’aria in mezzo alla bolgia dei festeggiamenti. La mia nascita fu il primo ed ultimo evento mediatico di Pedras Longa, seguito in diretta da almeno duemila persone che sostenevano mia madre e me con un tifo da stadio.

Non si poteva perdere un solo istante. Malgrado si fosse scolato mezza bottiglia di Villacidro Murgia, il dottor Maccioni fece un lavoro egregio, facendomi uscire in poco più di mezz’ora. Strinse il cordone ombelicale con la pinza per fare le palline dei gelati, e mi mise tra le braccia di mio padre, il quale, in lacrime per la gioia, mi sollevò al cielo per mostrarmi alla folla.

Io, Gavino Dante Pablito Floris, nato da solo un minuto, e già campione del mondo, osannato come un faraone.

Che bazzecola è la vita, devo aver pensato.

Da quel momento in poi, cosa poteva significare vivere, se non l’aver paura di precipitare?

Da Sciuddaghè (o sciuddagò?)

Racconto (ancora?) inedito di Massimo Miro