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aprile 11, 2012

Dal Blog “Bambini nel tempo” dell’Indice dei libri del mese: Microsolchi – Il potere della fantasia chiusa in una stanza – di Massimo Miro

Il mio rapporto con la letteratura nasce con un colore bellissimo sul dorso di un libro della Selezione dal Reader’s Digest incastonato nella libreria di famiglia. Guardandolo dal basso dei miei quattro anni quel celeste irraggiungibile mi dava euforia, come una pennellata di cielo in casa, estate e inverno. Di quell’infanzia a Milano, oltre a quel colore, ricordo la Pastorale di Beethoven, i valzer di Strauss, e le arie verdiane, a tutto volume dentro alle casse inglobate nel divano, dentro ad un mobile di legno marrone scuro. Ricordo anche la musica di Mina, e quelle parole che non capivo perché fossero così importanti per gli adulti, tanto da indurli a scriverle prima, e cantarle a squarciagola dopo. Me ne stavo a guardare quei microsolchi incisi sul vinile, o ad ascoltarli senza l’audio delle casse, solo con il ronzio sottile della puntina. Mi sembrava di riuscire a coglierne l’anima più da vicino. Insomma, per tornare al libro dal colore magico me lo facevo prendere in continuazione da mia nonna. Oppure, con un sistema di sedia-tavolo-scaffale mi allungavo con sforzi terribili, fino ad afferrarlo con il polpastrello atterrandolo con una piccola mossa di karate. Una volta tanto fu lo sforzo che mi si annebbiò la vista e presi per sbaglio il volumetto a fianco che era rosa. Non vi dico la delusione. Peggio di quando alla domenica nel vassoio delle paste rimaneva, appunto, quella con la coppola rosa. L’ultima che non voleva nessuno, perché dentro c’era un intruglio acidulo che rovinava tutti i ricordi di quelle buone appena mangiate. Quando riuscivo a prendere il libro giusto, invece, da vicino quel colore era ancora più bello. Sembrava un confetto spalmato, di quello delle comunioni dei maschi. Confesso che un mattino ci diedi una leccatina ma oltre al sapore di cartone non mi sembrò niente di che. Era più bello da guardare. Qualche anno dopo imparai a leggere. Decisi di iniziare la mia prima lettura autonoma e mi precipitai alla libreria della sala (ero già cresciuto in altezza e mi bastava salire su una sedia per acchiapparlo). Mi misi a sedere, accavallai le gambe e girai la copertina: Erano brani tratti da I Malavoglia di Verga. Non ricordo esattamente cosa capii di quelle pagine, ma ricordo molto bene che la sensazione che provai fu la stessa di quando mi ritrovai in mano il volumetto color pasta rosa. Dovevo avere sul volto un espressione di grande delusione, tanto che per farmela passare mia nonna fece le frittelle per un reggimento e come se non bastasse per qualche giorno abbondò di parecchio con la nutella sulla fetta di pane (che solitamente era uno strato di pochi micron al centro, e praticamente assente sui bordi). Forse, con la bocca piena dissi: – i libri fanno schifo! – o qualcosa del genere, perché frittelle e nutella alleviarono solo di poco la delusione. Mia madre mi spiegò che quello era un libro da grandi, che tra qualche anno mi sarebbe piaciuto e tutte quelle cose lì. Se proprio devo dirlo I Malavoglia non mi sono mai andati giù, tanto che il mio incubo più ricorrente è quello di annaspare in mezzo ai lupini e di prendermi un remo in testa da Bastianazzo. Per fortuna che poi dalla libreria saltò fuori L’Isola del tesoro. Ci misi quasi un’estate, ma fu il primo libro che lessi per intero. Anche se la copertina non poteva competere in quanto al colore, il contenuto era tutta un’altra cosa. Jim, il Capitano Flint, il porto di Bristol. Altro che Padron Toni e Aci Trezza. Le barche erano vere barche, belle grosse, col cavolo che affondavano per un temporalino, e soprattutto c’era una mappa del tesoro. Il corsaro nero fu la mia seconda avventura, seguita poco dopo, se non ricordo male, da Ventimila leghe sotto i mari. I fumetti iniziarono a dirmi di meno. Tex e soprattutto Il comandante Mark. La didascalia delle espressioni, dei luoghi, dei movimenti era qualcosa che percepivo già come una piccola e prematura detrazione d’immagine. Una privazione che la mia fantasia subiva, nel doversi figurare le cose come le aveva decise il disegnatore, e non invece fantasticarci sopra da solo, parola dopo parola, pagina dopo pagina, provando un piacere del tutto mio. Per motivi di lavoro, nel frattempo la mia famiglia si era trasferita a Torino. Abitavamo vicino a Corso Casale, e con il 61 sbarrato passavamo spesso davanti alla casa di Salgari. Ancora adesso mi è rimasto di buttarci un occhio ogni volta che ci passo davanti in macchina. Anche se sono al telefono o se sto parlando con qualcuno. Mi abbasso sempre per guardarmi da sotto quelle finestre su una facciata anonima, in una strada leggermente in salita, o leggermente in discesa. Penso a quanti mondi lontani e fantastici siano partiti da lì, da una stanza illuminata da una candela dentro alla quale l’unico suono era il rumore leggero del pennino, che scavava parole su un foglio di carta. Ricordo che rimasi profondamente colpito, quando seppi che Emilio Salgari non era mai stato in Malesia e forse non era andato nemmeno mai su una barca. Iniziai a rendermi conto del potere che la fantasia è capace di esercitare nella mente delle persone. Di come è possibile creare mondi dal nulla. Provocare gioie, dolori, angosce, paure, stupori, commozioni. Senza che il microsolco si consumi mai.

dal Blog “Bambini nel tempo” dell’Indice dei libri del mese a cura di Chiara Bongiovanni. http://lindiceonline.blogspot.it/2012/04/microsolchi.html

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