Maggio 11, 2015

Di S orD er – prodromi di scrittura

beatiful minds

Non è stato facile concepire un altro mondo dopo Borgo Stura. Tutto mi riportava lì, come se l’immaginario seguisse solchi profondi, tanto è ancora vibrante e forte, sollecitato e autonomo, il riverbero di quella storia fuori dalle pagine. Sono stati tre anni di letture e riflessioni. Soprattutto riflessioni intorno al ruolo del romanzo nella letteratura contemporanea, e più in generale nella contemporaneità. A chi importano ancora le storie? O meglio: a chi importa leggerle se io le scrivo?

Se è vero che l’artista affida al gesto creativo la sua intima visione del mondo, è vero, che egli dipinge sempre lo stesso quadro, compone sempre la stessa canzone, scrive sempre la stessa storia.

Se questo è vero allora tutto è replica, serigrafia, ostinata perlustrazione di substrati sempre meno densi che costringono l’edificazione di strutture e contenitori per sorreggere e contenere materiali senza consistenza, che diversamente non avrebbero forma indipendente quindi bellezza.

Odio quando la tecnica diventa solo uno strumento per dissimulare la serialità. Quando le parole, le immagini, i suoni, le armonie sembrano scritte per consolarci, mentre ci viene nascosto che stiamo assistendo al risultato di un ciclo di produzione. Scrivere, leggere. Comporre, ascoltare. Disegnare, guardare.

Allora ho voluto sottrarmi all’idea di provocare quella sensazione agli altri, la sensazione che io stia per dire la stessa cosa che avevo già detto, ma in un modo diverso, o ricomponendo la stessa voce, lo stesso io narrante, anche affidandogli cose diverse da dire e fare, ma con la stessa tonalità e cadenza. Non avevo nessun contratto che mi ingiungesse a farlo, ed ero pronto a non farlo più.

Per tornare in qualche modo ad uno stato primordiale, completare il processo in senso inverso e ritrovare la materia originaria, senza segni di plasmatura pregressa, ho dovuto lasciare passare un periodo di tempo diciamo refrattario, creando uno spazio di decantazione.

Ho pensato alla visione di letteratura che ci hanno lasciato in piccole tracce alcuni immensi autori.

Wallace Foster David, quando conclude uno dei suoi ultimi racconti con questa perentoria frase: “Non una parola di più”. Come se dopo ogni finale di storia vi fosse il nulla? Come se la storia finisse lì, e non ci fosse altro modo per raccontarla? Come se ogni parola in più fosse una ripetizione, quindi di troppo? Una lezione di onestà? Una dichiarazione di resa?

A proposito di lezioni, Italo Calvino, nel suo Lezioni americane, quando dice che “La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione”.

L’ambizione più grande per uno scrittore, per Flaubert era quella di riuscire a scrivere un romanzo sul nulla. Per altri autori come Borges, Goethe, e soprattutto Perèc, l’ossessione si concentrava sulla rappresentazione del modello dell’universo in ogni suo codice finito o indefinito, nella sua “indistricabile complessità”. Ma esiste un modello di universo, e se esiste, è riproducibile? E’ conciliabile con le misure della letteratura? O esso ci riporta al punto di partenza perché di fronte ai limiti dell’intelletto ci impone comunque la stessa approssimazione che applichiamo nella vita reale, ogni giorno. Facendo finta di credere cioè, che ogni cosa abbia un inizio ed una fine. Che ogni cosa immaginabile punti verso un infinito ignoto o torni ad un punto di partenza.

Imbattersi in questa ambiziosa ricerca, non è quindi destinarsi fatalmente all’incompiuto, all’indecifrabile?

Ed è con queste gigantesche domande sospese, che dopo tre anni di silenzio, sguardi nel vuoto, sobbalzi emotivi, apatia, appunti lasciati ovunque, ho iniziato a scrivere Disorder, nel suo nucleo germinale, senza partire né dai personaggi, nè dai luoghi, né addirittura dalla trama.

Quanto vale, in termini assoluti, la vita per come la viviamo, rispetto alla percezione che gli altri hanno di noi? Abbiamo il controllo sulla nostra vita? E se un giorno, per caso, giocando pericolosamente con queste riflessioni e con esperimenti che coinvolgono il tempo, scoprissimo che la nostra vita, con la sua galassia di eventi grandi e piccoli, non è semplicemente un succedersi di eventi governato da un flusso caotico e imprevedibile, ma il verificarsi puntuale di un disegno?

Venire a conoscenza di quel prezioso codice, avvicinarsi al divenire senza nominarlo mai, affiancarlo, superarlo, comprenderlo. Tenerlo in pugno.

Che i nostri pensieri, le nostre emozioni, non costituiscano in qualche modo materia, non è in fondo, ancora oggi, una teoria inspiegabile?

E’ un viaggio entusiasmante. Spero di portarvi presto con me.

MM

Torino, maggio 2015

agosto 18, 2014

Berlino e il vuoto rimosso

La Germania dell’Ovest era forte, vincente. Ci giocavano Muller, Breitner, Beckenbauer. Avevano le maglie bianche, erano star internazionali. Poi nell’album dei mondiali c’era la Polonia di Lato e Deyna, c’era la Yugoslavia, c’era l’Olanda di Neskens e Crujff, c’erano squadre con le bandiere, gli stati, i confini, i popoli.

I giocatori della DDR, invece, avevano nomi anonimi, con le loro maglie celesti e la scritta bianca. Avevano le tute sgualcite e stinte, un po’ da sfigati. Li trovavo tutti goffi e dimessi, malinconici, ma incredibilmente misteriosi. Era come se arrivassero dal nulla, da un angolo sperduto della storia d’Europa, e tutto ciò mi affascinava tantissimo. E’ allora che è iniziato il mio viaggio verso Berlino.

A Berlino non vi è nessun monumento o scorcio che di per sé generi emozioni particolari o almeno, questa è la mia sensazione. Berlino è più di ogni altra cosa la città dagli immensi volumi mancanti, e si è sviluppata in modo anomalo, rispetto ai modelli urbanistici delle metropoli. Lancinanti ground zero di vuoto giacciono disseminati in un profondo ed eterno silenzio, in attesa di essere colmati dal 1945. Talvolta in luogo delle immense depressioni create dai bombardamenti, sono state edificate volumetrie disumane che si possono comprendere solo se le si considerano l’ombra della bandiera sovietica che sventola sulle rovine del Reichstag: una punizione dei vincitori sui vinti.

I volumi di Berlino (quelli mancanti, quelli ricostruiti, quelli rimossi), raccontano la grande follia umana del Novecento. Dresda fu ricostruita mattone per mattone con fedeltà fotografica rispetto all’originale, e quella fu un’esperienza di totale rimozione del passato. Ma a Berlino ricostruire non poteva significare ripristinare. Il tragico passato non si poteva rimuovere, doveva essere per sempre un monito, ed è stato l’architetto urbanista al quale è spettata l’ultima parola.

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A Berlino i luoghi più suggestivi sono quelli silenziosi. Ascoltare il fiume Spree scorrere, o passeggiare per le vie deserte del Kreutzberg la domenica mattina, dove Friedrichstrasse parte da Mehring Platz. Del muro originario rimane poco o nulla. Del muro rimangono le due metà di mondo che esso ha diviso, ancora oggi e per sempre leggibili. Potzdammer Platz , con i suoi centri commerciali avveniristici, gli investimenti immobiliari arrivati a superare i 50 miliardi di dollari e Alexander Platz, una serie di cubi in cemento armato senza niente di umano nella forma e nel colore. Entrambi luoghi dal grande fascino simbolico, due luoghi speculari che hanno plasmato il vuoto con il plastico di una proposta sociale al mondo, come fossero le rispettive, opposte risposte alle grandi domande di benessere e pace che la storia aveva lasciato in sospeso dopo la seconda guerra mondiale.

Se oggi Berlino è la migliore sintesi tra diritto all’individualismo e dovere di solidarietà, è perché Berlino è una delle metropoli più accessibili del mondo. Fatta eccezione per la zona del Mitte, il prezzo per metro quadro di una casa a Berlino è ancora oggi di gran lunga inferiore rispetto alla periferia di una qualsiasi grande città europea. Tutto è un linguaggio di passaggio, dalla street art all’architettura avveniristica, alla giungla di culture e controculture che si confrontano con vorace frenesia pop.

Ben governata, ecologica, ciclabile, tollerante, interclassista, multietnica e multiculturale, Berlino ha polarizzato immense energie e un benefico desiderio di riscossa, non solo per il popolo tedesco, ma per chiunque creda in un progresso equo e sostenibile.

Questa è stata la mia sensazione, ed è quello che mi porto a casa in direzione Praga.

Il viaggio in auto verso Praga è relativamente breve, rispetto all’eternità del viaggio da Torino a Berlino. Circa quattro ore di un’autostrada che percorre campagne rigogliose e dolci vallate verdi a perdita d’occhio senza soluzione di continuità.

Non sembra possibile che sia esistito un confine geografico tra Prussia e Austro-Ungheria, ma solo un confine artificiale tra i popoli. Giungere a Praga da Berlino ti fa pensare a quanto spesso le città somiglino alle sparute dinastie di nobili che le hanno governate con i loro capricci nel corso dei secoli e ne hanno determinato il destino, umano e topografico. I concetti di Est e di Ovest sono stati degli astuti diversivi. Una grande distrazione di massa che oggi ha consentito nuovamente la concentrazione del potere in mano a poche famiglie, che indisturbate, nell’ombra, senza castelli, senza dittature, senza muri, né di divisione né di difesa, hanno nuovamente in mano le sorti di interi continenti.

Lasciata Dresda alle spalle, appena giunti in Repubblica Ceca la strada ti regala anche un fuori percorso obbligato (l’autostrada finisce) in un paesino sperduto nel nulla della campagna. In una piccola piazza con un trattore su un lato e un furgone scassato dall’altro, tre donne e un uomo ti fissano immobili come se ti avessero aspettato per tutta la vita. Un piccolo regalo, che apprezzi però solo dopo aver ritrovato l’autostrada in direzione Praga, perché durante l’excursus ti senti improvvisamente sperduto nel nulla, inghiottito in un fosso al centro dell’Europa.

Praga è una città di una bellezza così densa, intatta e perfetta, che ogni altra città visitata dopo sembrerebbe una periferia blanda e disadorna. Su Praga è stato già scritto tutto, quindi il mio viaggio finisce qui, in questa incantevole città rimasta intatta nei secoli.

Con un piede sul ponte Carlo, tra la città vecchia e il castello.

Dentro alla bellezza, che salverà il mondo.

dicembre 7, 2013

Voci e parole. Processi inversi

7/12/2013 – Altri Sguardi – 

Dicono che le storie prendano vita quando da manoscritti, o da semplici idee diventano libri. Se questo è vero, allora la storia della faglia è nata una seconda volta, perchè è tornata alla voce, cioè la forma con la quale mi era apparsa guidando l’auto, reggendomi in curva su un pullman, ascoltando il silenzio della notte. Allora non feci altro che trascrivere quella voce su fogli di fortuna, niente di più, e mettere insieme tutto in forma di parole, punteggiatura. La voce è una forma viva, pulsante.

In questo strabiliante processo inverso, Renato Camoletto, Roberto Micali, Renato Sibille, Igor Casella e Fabio Liberatore, danno la parola agli spazi, alle virgole, agli a capo. Danno il silenzio, l’espressione, il movimento, alle parole. Stasera è stato un onore, ancora una volta.

Grazie Artemuda.

MM

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dicembre 5, 2013

Artemuda legge la faglia – Il promoClip

dicembre 3, 2013

7/12/2013@sede ArTeMuDa. Per l’Associazione Aporti Aperte

 

 

Artemuda_fagliahttps://www.facebook.com/events/590533384335436/?ref=22

 

dicembre 2, 2013

La Faglia in tournèe

 

Tre dei cinque attori di Artemuda all’arrivo al Castello di Rivoli. Temperatura acqua al limite del rosso, freni ok, pressione gomma ant sx scesa a 1,1 atm. Nella foto, il Cassone prudentemente ricoperto di una pellicola verde per _cassone2evitare i posti di blocco della pula. E’ stato un grande sacrificio per Sgummo partire per la tournèe senza il Garelli (il leopardato è su tutte le foto segnaletiche), e sedersi nei sedili posteriori di un automobile come un passeggero qualunque.

Grazie anche per questo.

MM

dicembre 2, 2013

La faglia di Borgo Stura. E’ viva e contemporanea – 1/12/2013

1/12/2013, Castello di Rivoli, Museo di Arte Contemporanea.

Grazie ad ArTeMuDa, agli attori che con le voci hanno messo in scena gli spazi bianchi . Che con i loro silenzi hanno messo in scena le parole.   _artemuda5

Grazie al collettivo FMPQ Il futuro del mondo passa da qui. Per aver condiviso lo sguardo su quell’angolo di città.

Alla Mostra Marinella Senatore, Building Communities per avere ospitato la carovana chiassosa e rissosa di PeriFerite.

Love and peace.

MM

novembre 28, 2013

1-12-13 La faglia al Museo di Arte Contemporanea di Rivoli

2PERiferite_RIVOLI 1-12PeriFERITE domenica 1/12/2013 ore 16 @variatons

Un intreccio di eventi nella manica lunga del Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli.

Il collettivo FMPQ (osservatorio permanente) e lo scrittore Massimo Miro si incontreranno nuovamente all’interno della mostra “Marinella Senatore. Costruire comunità”. Dopo l’evento straordinario di PARATISSIMA 2012 al MOI erano ancora tante le cose da dire, scrivere, ascoltare, guardare.

Letture, discussioni e esempi di laboratori di scrittura “attiva” partendo dal progetto crossmedia “Il futuro del mondo passa da qui” (Scritturapura Casa editrice) e dal lavoro di interpretazione della compagnia Artemuda sul romanzo di Massimo Miro “La faglia” (ed. Il Maestrale), con gli attori Renato Camoletto, Fabio Liberatore, Roberto Micali e Renato Sibille.

Il programma di dicembre è disponibile sul sito del Museo. http://www.castellodirivoli.org/mostra/marinella-senatore-costruire-comunita/

La mostra Marinella Senatore. Costruire comunità è co-finanziata dagli Amici Sostenitori del Castello di Rivoli. Con il patrocinio di Film Commission Torino Piemonte, Media Partners La Stampa, Rai Radio 3

ottobre 26, 2013

Massimo Miro incontra Sandro Bonvissuto. DENTRO (ed. Einaudi) alla Trebisonda. 9/11/2013 h 18

dentro_9-11-3Chi mi conosce sa che non presento libri frequentemente, pur avendo tanti amici scrittori. L’ho fatto in passato solo per autori o libri davvero speciali, e questa volta lo farò per tutte e due le cose. Non solo perché considero DENTRO (ed. Einaudi), di Sandro Bonvissuto, l’esordio più fulminante degli ultimi anni, ma perché non vedo l’ora di chiedergli alcune cose. Dentro, non è solo un libro dalla scrittura fantastica, ma anche, e forse soprattutto, uno spazio che mancava, nella letteratura italiana. Mancava perché pochi, come Bonvissuto sono capaci di nasconderci l’atto meccanico della scrittura, e di farci credere che quello che leggiamo siano direttamente i pensieri dei suoi personaggi, senza la mediazione dell’autore.
9 novembre 2013, ore 18, alla Trebisonda. La libreria Indipendente di San Salvario. Via Sant’Anselmo 22. Torino.

http://www.trebisondalibri.com

luglio 11, 2013

31 anni fa: Italia-Germania 3 a 1. Da un racconto (ancora?) inedito di Massimo Miro

sciuddaghe-def Era l’undici di luglio dell’ottantadue, e io passavo i miei ultimi momenti felici, di astronauta nudo che galleggiava sgravitato nel denso iperspazio di zuccheri e proteine, aggrappato ad un magico cordone ombelicale che mi teneva su di giri ventiquattr’ore su ventiquattro.

Io non lo sapevo, ma sarei dovuto nascere in Agosto, il giorno di Santa Elena, così aveva pronosticato il dottor Maccioni tabelle americane alla mano. Forse fu per questo che mia madre non si fece tanti problemi, e partì da casa con la sua gerbi truccata dipinta fresca di azzurro, per raggiungere mio padre e gli altri giù al bar della signora Lucia e tifare Italia olè olè.

Davanti al telefunken palsupercolor c’era tutta Pedras al completo, turisti compresi, e quella sera le ichnusa andavano giù che era un piacere. Successe che ad un certo punto, proprio durante gli inni nazionali, il segnale di raiuno andò a farsi fottere, e la faccia di Pertini con la pipa prese a sdoppiarsi, poi a deformarsi a forma di zeta, poi a forma di esse, mentre invece i giocatori che palleggiavano con la tuta a bordo campo, sembravano avere tutti la scoliosi.

Il pubblico che occupava ogni ordine di posto iniziò a urlare buuuu e a tirare lattine vuote di coca verso lo schermo bombato che faceva bzzz bzzz, mentre disperatamente la signora Lucia armeggiava di manopole, facendo comparire a sintonia perfetta la replica del tenente sheridan che davano sull’altro canale, e solamente lampi di Bernabeu e colpi di tosse di nando martellini.

Forse fu in quel momento lì, che iniziarono a girarmi le cosiddette, e allora per il nervoso iniziai a buttarmi a destra e a sinistra, appeso al cordone come tarzan, fin quando non chiamarono ‘Ntoniccu, lo specialista della banda UHF che con il suo baffo comprato alla fiera di Sant’Efisio ti acchiappava un onda con qualsiasi condizione di maestrale. Olè. Al fischio d’inizio l’immagine era perfetta. Gli azzurri azzurri, i panzer bianchi bianchi, e il campo verde verde. Applauso generale e stendinovèscio per ‘Ntoniccu.

La chiave di svolta della finale dei campionati del mondo, nonché della mia nascita medesima, fu quando Antonio Cabrini detto il bello sbagliò il rigore che c’era ancora luce, e io devo aver dato un gran pugno sul muro e pure un calcione, perchè mia madre, fu proprio in quel momento, secondo la leggenda, che iniziò a sentirsi strana. Ma mia madre aveva poco più di diciotto anni, all’epoca, meno di quanti ne ho io adesso, e cosa volevate che ne sapesse di contrazioni e perdite di acque.

Quando finalmente si decise a confidarsi con la sua amica Maddalena Zedda, era già il secondo tempo, e la palla stava volando verso il centro dell’area, dove Pablito da lì a qualche istante avrebbe inzuccato di gran culo il gol del vantaggio. Fu l’apoteosi.

Segnammo ancora due volte, ma mia madre, che non voleva mettere troppo in agitazione babbo, non aveva ancora avuto il coraggio di confidarsi con Maria la figlia del carabiniere di Pedras, visto che da Maddalena Zedda era già stata liquidata con un frettoloso: ma proprio adesso che vinciamo?

L’esercito germanico era stato annientato. Eppure, due ore prima, solamente a sentire quei nomi ci veniva la tremarella: càlz, rummenìg, brèitner, scitìliche. Guardali lì adesso, a testa bassa e svogliati come mucche, mentre noi italici, popolo di scansafatiche traditori, li stavamo irretendo con i passaggetti bastardi a zoff, le cadute con le caviglie doloranti per finta e le sostituzioni che non servivano ad un cazzo se non a perdere tempo.

Il fischio finale fu una liberazione per tutti, e l’accenno di ola da parte di sandro pertini fu l’ultima immagine che mia madre si ricorda di aver visto, tanto che, sempre secondo la leggenda, io fui tra i primi a prendere alla lettera il presidente, alzandomi in piedi di colpo e stendendo mia madre a gambe all’aria in mezzo alla bolgia dei festeggiamenti. La mia nascita fu il primo ed ultimo evento mediatico di Pedras Longa, seguito in diretta da almeno duemila persone che sostenevano mia madre e me con un tifo da stadio.

Non si poteva perdere un solo istante. Malgrado si fosse scolato mezza bottiglia di Villacidro Murgia, il dottor Maccioni fece un lavoro egregio, facendomi uscire in poco più di mezz’ora. Strinse il cordone ombelicale con la pinza per fare le palline dei gelati, e mi mise tra le braccia di mio padre, il quale, in lacrime per la gioia, mi sollevò al cielo per mostrarmi alla folla.

Io, Gavino Dante Pablito Floris, nato da solo un minuto, e già campione del mondo, osannato come un faraone.

Che bazzecola è la vita, devo aver pensato.

Da quel momento in poi, cosa poteva significare vivere, se non l’aver paura di precipitare?

Da Sciuddaghè (o sciuddagò?)

Racconto (ancora?) inedito di Massimo Miro