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agosto 18, 2014

Berlino e il vuoto rimosso

La Germania dell’Ovest era forte, vincente. Ci giocavano Muller, Breitner, Beckenbauer. Avevano le maglie bianche, erano star internazionali. Poi nell’album dei mondiali c’era la Polonia di Lato e Deyna, c’era la Yugoslavia, c’era l’Olanda di Neskens e Crujff, c’erano squadre con le bandiere, gli stati, i confini, i popoli.

I giocatori della DDR, invece, avevano nomi anonimi, con le loro maglie celesti e la scritta bianca. Avevano le tute sgualcite e stinte, un po’ da sfigati. Li trovavo tutti goffi e dimessi, malinconici, ma incredibilmente misteriosi. Era come se arrivassero dal nulla, da un angolo sperduto della storia d’Europa, e tutto ciò mi affascinava tantissimo. E’ allora che è iniziato il mio viaggio verso Berlino.

A Berlino non vi è nessun monumento o scorcio che di per sé generi emozioni particolari o almeno, questa è la mia sensazione. Berlino è più di ogni altra cosa la città dagli immensi volumi mancanti, e si è sviluppata in modo anomalo, rispetto ai modelli urbanistici delle metropoli. Lancinanti ground zero di vuoto giacciono disseminati in un profondo ed eterno silenzio, in attesa di essere colmati dal 1945. Talvolta in luogo delle immense depressioni create dai bombardamenti, sono state edificate volumetrie disumane che si possono comprendere solo se le si considerano l’ombra della bandiera sovietica che sventola sulle rovine del Reichstag: una punizione dei vincitori sui vinti.

I volumi di Berlino (quelli mancanti, quelli ricostruiti, quelli rimossi), raccontano la grande follia umana del Novecento. Dresda fu ricostruita mattone per mattone con fedeltà fotografica rispetto all’originale, e quella fu un’esperienza di totale rimozione del passato. Ma a Berlino ricostruire non poteva significare ripristinare. Il tragico passato non si poteva rimuovere, doveva essere per sempre un monito, ed è stato l’architetto urbanista al quale è spettata l’ultima parola.

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A Berlino i luoghi più suggestivi sono quelli silenziosi. Ascoltare il fiume Spree scorrere, o passeggiare per le vie deserte del Kreutzberg la domenica mattina, dove Friedrichstrasse parte da Mehring Platz. Del muro originario rimane poco o nulla. Del muro rimangono le due metà di mondo che esso ha diviso, ancora oggi e per sempre leggibili. Potzdammer Platz , con i suoi centri commerciali avveniristici, gli investimenti immobiliari arrivati a superare i 50 miliardi di dollari e Alexander Platz, una serie di cubi in cemento armato senza niente di umano nella forma e nel colore. Entrambi luoghi dal grande fascino simbolico, due luoghi speculari che hanno plasmato il vuoto con il plastico di una proposta sociale al mondo, come fossero le rispettive, opposte risposte alle grandi domande di benessere e pace che la storia aveva lasciato in sospeso dopo la seconda guerra mondiale.

Se oggi Berlino è la migliore sintesi tra diritto all’individualismo e dovere di solidarietà, è perché Berlino è una delle metropoli più accessibili del mondo. Fatta eccezione per la zona del Mitte, il prezzo per metro quadro di una casa a Berlino è ancora oggi di gran lunga inferiore rispetto alla periferia di una qualsiasi grande città europea. Tutto è un linguaggio di passaggio, dalla street art all’architettura avveniristica, alla giungla di culture e controculture che si confrontano con vorace frenesia pop.

Ben governata, ecologica, ciclabile, tollerante, interclassista, multietnica e multiculturale, Berlino ha polarizzato immense energie e un benefico desiderio di riscossa, non solo per il popolo tedesco, ma per chiunque creda in un progresso equo e sostenibile.

Questa è stata la mia sensazione, ed è quello che mi porto a casa in direzione Praga.

Il viaggio in auto verso Praga è relativamente breve, rispetto all’eternità del viaggio da Torino a Berlino. Circa quattro ore di un’autostrada che percorre campagne rigogliose e dolci vallate verdi a perdita d’occhio senza soluzione di continuità.

Non sembra possibile che sia esistito un confine geografico tra Prussia e Austro-Ungheria, ma solo un confine artificiale tra i popoli. Giungere a Praga da Berlino ti fa pensare a quanto spesso le città somiglino alle sparute dinastie di nobili che le hanno governate con i loro capricci nel corso dei secoli e ne hanno determinato il destino, umano e topografico. I concetti di Est e di Ovest sono stati degli astuti diversivi. Una grande distrazione di massa che oggi ha consentito nuovamente la concentrazione del potere in mano a poche famiglie, che indisturbate, nell’ombra, senza castelli, senza dittature, senza muri, né di divisione né di difesa, hanno nuovamente in mano le sorti di interi continenti.

Lasciata Dresda alle spalle, appena giunti in Repubblica Ceca la strada ti regala anche un fuori percorso obbligato (l’autostrada finisce) in un paesino sperduto nel nulla della campagna. In una piccola piazza con un trattore su un lato e un furgone scassato dall’altro, tre donne e un uomo ti fissano immobili come se ti avessero aspettato per tutta la vita. Un piccolo regalo, che apprezzi però solo dopo aver ritrovato l’autostrada in direzione Praga, perché durante l’excursus ti senti improvvisamente sperduto nel nulla, inghiottito in un fosso al centro dell’Europa.

Praga è una città di una bellezza così densa, intatta e perfetta, che ogni altra città visitata dopo sembrerebbe una periferia blanda e disadorna. Su Praga è stato già scritto tutto, quindi il mio viaggio finisce qui, in questa incantevole città rimasta intatta nei secoli.

Con un piede sul ponte Carlo, tra la città vecchia e il castello.

Dentro alla bellezza, che salverà il mondo.

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