31 anni fa: Italia-Germania 3 a 1. Da un racconto (ancora?) inedito di Massimo Miro

sciuddaghe-def Era l’undici di luglio dell’ottantadue, e io passavo i miei ultimi momenti felici, di astronauta nudo che galleggiava sgravitato nel denso iperspazio di zuccheri e proteine, aggrappato ad un magico cordone ombelicale che mi teneva su di giri ventiquattr’ore su ventiquattro.

Io non lo sapevo, ma sarei dovuto nascere in Agosto, il giorno di Santa Elena, così aveva pronosticato il dottor Maccioni tabelle americane alla mano. Forse fu per questo che mia madre non si fece tanti problemi, e partì da casa con la sua gerbi truccata dipinta fresca di azzurro, per raggiungere mio padre e gli altri giù al bar della signora Lucia e tifare Italia olè olè.

Davanti al telefunken palsupercolor c’era tutta Pedras al completo, turisti compresi, e quella sera le ichnusa andavano giù che era un piacere. Successe che ad un certo punto, proprio durante gli inni nazionali, il segnale di raiuno andò a farsi fottere, e la faccia di Pertini con la pipa prese a sdoppiarsi, poi a deformarsi a forma di zeta, poi a forma di esse, mentre invece i giocatori che palleggiavano con la tuta a bordo campo, sembravano avere tutti la scoliosi.

Il pubblico che occupava ogni ordine di posto iniziò a urlare buuuu e a tirare lattine vuote di coca verso lo schermo bombato che faceva bzzz bzzz, mentre disperatamente la signora Lucia armeggiava di manopole, facendo comparire a sintonia perfetta la replica del tenente sheridan che davano sull’altro canale, e solamente lampi di Bernabeu e colpi di tosse di nando martellini.

Forse fu in quel momento lì, che iniziarono a girarmi le cosiddette, e allora per il nervoso iniziai a buttarmi a destra e a sinistra, appeso al cordone come tarzan, fin quando non chiamarono ‘Ntoniccu, lo specialista della banda UHF che con il suo baffo comprato alla fiera di Sant’Efisio ti acchiappava un onda con qualsiasi condizione di maestrale. Olè. Al fischio d’inizio l’immagine era perfetta. Gli azzurri azzurri, i panzer bianchi bianchi, e il campo verde verde. Applauso generale e stendinovèscio per ‘Ntoniccu.

La chiave di svolta della finale dei campionati del mondo, nonché della mia nascita medesima, fu quando Antonio Cabrini detto il bello sbagliò il rigore che c’era ancora luce, e io devo aver dato un gran pugno sul muro e pure un calcione, perchè mia madre, fu proprio in quel momento, secondo la leggenda, che iniziò a sentirsi strana. Ma mia madre aveva poco più di diciotto anni, all’epoca, meno di quanti ne ho io adesso, e cosa volevate che ne sapesse di contrazioni e perdite di acque.

Quando finalmente si decise a confidarsi con la sua amica Maddalena Zedda, era già il secondo tempo, e la palla stava volando verso il centro dell’area, dove Pablito da lì a qualche istante avrebbe inzuccato di gran culo il gol del vantaggio. Fu l’apoteosi.

Segnammo ancora due volte, ma mia madre, che non voleva mettere troppo in agitazione babbo, non aveva ancora avuto il coraggio di confidarsi con Maria la figlia del carabiniere di Pedras, visto che da Maddalena Zedda era già stata liquidata con un frettoloso: ma proprio adesso che vinciamo?

L’esercito germanico era stato annientato. Eppure, due ore prima, solamente a sentire quei nomi ci veniva la tremarella: càlz, rummenìg, brèitner, scitìliche. Guardali lì adesso, a testa bassa e svogliati come mucche, mentre noi italici, popolo di scansafatiche traditori, li stavamo irretendo con i passaggetti bastardi a zoff, le cadute con le caviglie doloranti per finta e le sostituzioni che non servivano ad un cazzo se non a perdere tempo.

Il fischio finale fu una liberazione per tutti, e l’accenno di ola da parte di sandro pertini fu l’ultima immagine che mia madre si ricorda di aver visto, tanto che, sempre secondo la leggenda, io fui tra i primi a prendere alla lettera il presidente, alzandomi in piedi di colpo e stendendo mia madre a gambe all’aria in mezzo alla bolgia dei festeggiamenti. La mia nascita fu il primo ed ultimo evento mediatico di Pedras Longa, seguito in diretta da almeno duemila persone che sostenevano mia madre e me con un tifo da stadio.

Non si poteva perdere un solo istante. Malgrado si fosse scolato mezza bottiglia di Villacidro Murgia, il dottor Maccioni fece un lavoro egregio, facendomi uscire in poco più di mezz’ora. Strinse il cordone ombelicale con la pinza per fare le palline dei gelati, e mi mise tra le braccia di mio padre, il quale, in lacrime per la gioia, mi sollevò al cielo per mostrarmi alla folla.

Io, Gavino Dante Pablito Floris, nato da solo un minuto, e già campione del mondo, osannato come un faraone.

Che bazzecola è la vita, devo aver pensato.

Da quel momento in poi, cosa poteva significare vivere, se non l’aver paura di precipitare?

Da Sciuddaghè (o sciuddagò?)

Racconto (ancora?) inedito di Massimo Miro

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