Serata di premiazione del Premio Campiello 2012. Cronaca di un Requiem

Venezia, Teatro La Fenice, 1 settembre 2012

Complimenti a Carmine Abate e alla sua La Collina del vento, romanzo vincitore del Premio Campiello 2012. Io tifavo spudoratamente per lui e per Marcello Fois, senza preferenze. Sognavo un clamoroso ex aequo tra La Collina del vento e Nel tempo di mezzo. Con entrambi gli autori quest’anno ho avuto modo, pochi mesi fa, di fare una bella chiaccherata, alla fiera del libro di Torino. Da loro ho imparato subito qualcosa. Che per inventare storie bisogna essere persone vere. E loro lo sono entrambi.

Un premio letterario è un premio letterario, la sua cronaca si liquida in poche righe, quelle che avete appena letto.

Quello che in poche righe non si può liquidare è invece la spietata e aberrante serialità del messaggio, diffuso più volte con agghiacciante disinvoltura e freddezza da un Bruno Vespa particolarmente vivace e gli sponsor della serata: Il Presidente dell’ENI, il responsabile di Man Power Italia, gli industriali del Triveneto.

Un messaggio unilaterale, senza contraddittorio: Basta frignucolare. I giovani devono darsi una svegliata, o prendono il lavoro che c’è, senza fare tante storie, o se hanno talento il lavoro se lo vanno a cercare dove c’è, cioè all’estero.

Un messaggio di tragica estraneità, rispetto alla letteratura, rispetto al suo mondo di libri, parole, fantasia, sogni. Il mondo che è rimasto intatto, quello in cui tutto può accadere, quello che ci sorprende, quello in cui siamo noi stessi, con tutta l’ingenuità che questo stato emotivo, fisico, intellettuale e culturale porta con sé. Quando iniziamo a scrivere o leggere una storia siamo noi stessi nella maniera più profonda ed intransigente che si possa immaginare.

Il tema del lavoro è un tema importante, che va affrontato con rispetto. Non solo in un altro luogo, ma in un altro modo. Partendo dal perché nel nostro paese manchino le energie. Chi le ha tolte dal sistema, perché prima c’erano.

Chi vuole farci diventare un popolo disposto ad ammettere che il nostro è il paese della rassegnazione, che dobbiamo rinunciare ai sogni che abbiamo coltivato studiando, che dobbiamo rinunciare a lavorare per il nostro paese, nel nostro paese?

Un messaggio di una inaudita desueta modernità, un messaggio che non passerebbe mai in nessuna TV di stato di nessun paese del mondo. Nemmeno nei paesi dai quali partono le carrette del mare dirette alle nostre coste.

Un messaggio che suona come un lento e malinconico Requiem.

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